La denatalità e gli effetti sull’economia: transizione o trappola demografica?

Come il tasso di denatalità incide sulle dinamiche demografiche e sugli equilibri mondiali, e perché potrebbe rappresentare la causa del prossimo shock economico.

 

 

 

Il brusco calo delle nascite a livello mondiale previsto per i prossimi 25 anni ed il conseguente andamento demografico innescheranno un cambiamento sociale, economico, ambientale e geopolitico inarrestabile, con impatti inevitabili sull’economia globale.
Secondo le Nazioni Unite, il tasso di fertilità globale complessivo continuerà a diminuire, fra il 2050 ed il 2100, da 1,83 a 1,59, nonostante l’incremento previsto della popolazione mondiale che passerà, verosimilmente, dagli attuali 8 miliardi ai 9,7 miliardi entro il 2050, prima del picco di circa 10,4 miliardi atteso per il 2075. Il numero medio di figli per donna previsto per il 2050 è pari a circa 1,4, non sufficiente a garantire l’opportuno ricambio generazionale dato da circa 2 bambini a famiglia. Ciò significa che la sostituzione della popolazione per il prossimo ventennio sarà affidata quasi integralmente alle regioni a basso reddito dell’Africa sub-sahariana e dell’Asia.

Questo è all’origine della prima grande sfida a livello mondiale dettata dai prevedibili cambiamenti nelle dinamiche demografiche e nelle relazioni internazionali con conseguenze in termini di gestione del fenomeno migratorio e di potenziamento delle reti di assistenza. Se la quota di nuove nascite dovesse effettivamente raddoppiare nei Paesi a basso reddito (dal 18% nel 2021 al 35% entro il 2100), il potere di mercato di questi ultimi per la negoziazione di politiche migratorie eque aumenterebbe vertiginosamente, anche a causa di una sempre maggiore esposizione delle nazioni agli effetti del cambiamento climatico.

Un altro dato interessante è relativo al rapporto inversamente proporzionale tra la distribuzione di ricchezza e il tasso di natalità: maggiore è il reddito del Paese considerato, minore sarà il suo tasso di natalità, tanto che molte economie avanzate hanno già oggi percentuali fortemente inferiori rispetto al tasso di sostituzione. In aggiunta, i Paesi diventati più ricchi sono quelli in cui le donne hanno anche avuto meno bambini. Coincidenze? Indubbiamente l’incremento della partecipazione femminile alla forza lavoro ha alimentato questa tendenza.

Infine, la riduzione della forza lavoro nelle economie avanzate, dettata dalla contrazione di quella fascia della popolazione lavorativamente attiva compresa tra i 20 e i 45 anni, richiederà un intervento politico e fiscale significativo. Il probabile potenziamento delle politiche assistenziali, fortemente impattanti sul debito pubblico di un Paese e volte a garantire un adeguato livello di cure alla popolazione più anziana, in crescita a causa dell’aumento della longevità e delle aspettative di vita dell’individuo, potrebbe tradursi in una contrazione economica, sebbene il tasso di produttività per lavoratore rimanga invariato.

 

 

A livello nazionale, l’Italia si trova in una condizione di persistente bassa natalità. In termini economici, questo comporta due ordini di sfide: garantire un adeguato livello di cure alla popolazione e, al contempo, reperire l’opportuna forza lavoro per il futuro. Ciò non solo rallenta la crescita economica ma mette anche a dura prova il sistema assistenzialistico italiano così come è stato pensato. Inoltre, politiche interne volte ad incentivare l’aumento del tasso di natalità incrementerebbero la presenza di forza lavoro solo nel lunghissimo periodo. Nell’ipotesi più favorevole, l’incremento della natalità associata a tassi di attività dei giovani e delle donne vicini ai valori medi europei non garantirebbe un aumento della forza lavoro endogena prima di vent’anni.

Ciò significa che gli effetti di una contrazione della fascia centrale della popolazione potranno essere mitigati nel medio periodo solo da un allungamento dell’età lavorativa unita al ricorso a forza lavoro straniera, tanto che nell’ultimo Documento di Economia e Finanza, pubblicato ad aprile dal governo Meloni, l’immigrazione è indicato come uno degli elementi rilevanti in grado di impattare positivamente sul debito pubblico italiano. Ciò implica anche il potenziamento di politiche migratorie adeguate.
Un altro strumento in parte risolutivo consiste nell’incoraggiare, anche da parte delle aziende, l’impiego femminile con politiche di assunzione e di welfare eque, che garantiscano un adeguato equilibrio vita-lavoro e tutelino il diritto alla genitorialità (ad esempio i congedi parentali, i modelli di lavoro ibridi, i contributi per gli asili-nido, l’offerta dei servizi per l’infanzia). Infine, il ricorso al progresso tecnologico, all’intelligenza artificiale e alla robotica potrebbe attenuare il calo della forza lavoro, sebbene solo in alcuni settori.

Staremo a vedere.

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