Stranger Things – Stagione 5: la recensione

La stagione finale di Stranger Things cede ad una narrazione prevedibile, tra nostalgia anni Ottanta, scelte discutibili e un equilibrio incerto tra spettacolo e coerenza.

 

 

Con l’episodio conclusivo rilasciato il primo di gennaio 2026, Stranger Things raggiunge il proprio epilogo, chiudendo un percorso narrativo iniziato nel 2016 e sviluppatosi nell’arco di quasi dieci anni. Un traguardo importante, segnato da alti e bassi, che porta inevitabilmente a un confronto tra le aspettative accumulate nel tempo e ciò che questa quinta stagione sceglie di offrire. Fin dalle prime puntate appare evidente una direzione precisa: una trama lineare, priva di particolari deviazioni, orientata verso una conclusione rassicurante e prevedibile. L’impressione è quella di un finale annunciato, un “vissero tutti felici e contenti” che non sorprende e non tradisce le premesse, limitandosi a confermarle senza particolari scarti creativi.

La quinta stagione riprende immediatamente le conseguenze dello scontro con Vecna e delle fratture tra Hawkins e il Sottosopra. La città è segnata, fisicamente e simbolicamente, mentre i protagonisti si trovano costretti ad affrontare un nemico che non si limita più a colpire dall’ombra. Il confine tra i due mondi si assottiglia, Vecna diventa una minaccia sempre più concreta e il gruppo deve riunirsi per un ultimo tentativo di porre fine all’incubo. Tra rivelazioni tardive, strategie improvvisate e sacrifici annunciati, la stagione conduce lentamente verso lo scontro finale, puntando più sulla chiusura emotiva dei personaggi che su una reale complessità narrativa.

 

 

La scelta di suddividere la stagione in tre tronconi, distribuiti a distanza di poche settimane, appare funzionale più a logiche commerciali che a reali esigenze di racconto. Questo “spezzatino” penalizza il ritmo e amplifica difetti già presenti, rendendo più evidenti imprecisioni, forzature e passaggi poco credibili. La narrazione, già semplice nella sua struttura, fatica a mantenere coesione e tensione, appesantita da eventi improbabili e da buchi di trama che finiscono per distrarre, più che arricchire.

Tra i problemi storici della serie emerge ancora una volta la totale mancanza di credibilità delle figure militari, che su Netflix devono essere cattive per definizione. In cinque stagioni, soldati americani e russi ampiamente stereotipati (che fastidio!) si susseguono senza mai risultare realmente efficaci o minacciosi. La loro presenza si riduce a un fastidio ricorrente nella lotta contro Vecna, incapaci persino di colpire un bersaglio a distanza ravvicinata. Il paragone con gli Stormtrooper di Star Wars viene quasi spontaneo, tanto è costante la loro inefficacia.

 

 

Al contrario, i protagonisti sembrano dotati di un’esperienza militare innata e tutt’altro che trascurabile. Nancy, in particolare, maneggia il fucile con una sicurezza tale da incutere timore perfino al buon Rambo; Undici spezza il collo ai nemici senza esitazioni né apparenti conseguenze emotive, mentre Hopper si distingue per una precisione e una freddezza che farebbero invidia anche ai killer professionisti. Il tutto è ulteriormente amplificato dallo sfoggio di intelligenza e intuito fuori scala dimostrato da Dustin. È evidente che Stranger Things giochi consapevolmente con l’eccesso, mescolando fantasy, horror e spirito d’avventura alla Goonies. Tuttavia, quando l’esagerazione si accompagna a incoerenze narrative grossolane, il patto con lo spettatore rischia di incrinarsi.

In quattro stagioni non è mai stato chiarito fino in fondo cosa fosse realmente il Sottosopra; nel giro di pochi episodi, invece, viene fornita una spiegazione sorprendentemente dettagliata, liquidata attraverso alcuni documenti ritrovati proprio nel mondo all’incontrario. Il Sottosopra nasce come una fotografia immobile del momento della sua creazione e successivamente viene invasa dalle creature legate a Vecna ed esplorata da qualche scienziato in tuta ermetica. Quindi come ci sono finiti lì i documenti che ne spiegano la genesi, la natura e la pericolosità? Domanda che resta senza risposta, nonostante proprio quelle carte diventino fondamentali per salvare due protagonisti e impostare il piano decisivo contro Vecna.

 

 

Anche le trame LGBTQ+ legate a Will e Robin, presenti da tempo, assumono in questa stagione un peso maggiore. Il rapporto tra i due diventa centrale, con Robin nel ruolo di guida per un Will tormentato dal timore di non essere accettato. Il messaggio di emancipazione è chiaro, ma la gestione appare poco equilibrata. La serenità di Will sembra dipendere esclusivamente dall’approvazione degli amici, concessa a ridosso dello scontro finale. Purtroppo il discorso che precede il confronto con Vecna suona più come una richiesta disperata di accettazione che come una reale affermazione di sé, rendendo poco credibile la sua improvvisa solidità psicologica; e soprattutto, si tratta di tematiche slegate alla trama principale, appiccicate quasi per obbligo ideologico che per una reale funzionalità della storia.

Un limite strutturale inevitabile delle serie sviluppate nell’arco di molti anni è la crescita degli attori, che qui risulta particolarmente evidente. Finn Wolfhard, Caleb McLaughlin e Noah Schnapp, interpreti rispettivamente di Mike, Lucas e Will, appaiono ormai fisicamente adulti a tutti gli effetti, rendendo sempre più difficile accettarli nei panni di adolescenti alle prese con conflitti emotivi e insicurezze tipiche dell’età. Una discrepanza visiva che non compromette del tutto le interpretazioni, ma che finisce per indebolire la credibilità complessiva di alcune dinamiche narrative.

Millie Bobby Brown, nei panni di Undici, appare sorprendentemente defilata per gran parte della stagione, quasi emotivamente distante da un personaggio che in passato rappresentava il fulcro emotivo e narrativo della serie. La sua presenza risulta meno incisiva, come se Undici faticasse a ritrovare una reale centralità all’interno di una storia che, paradossalmente, ruota ancora attorno alle conseguenze dei suoi poteri.

 

 

Di segno opposto le interpretazioni di Sadie Sink e Maya Hawke, che conferiscono a Max e Robin uno spessore maggiore e una credibilità costante; entrambe riescono a restituire personaggi vivi, coerenti e perfettamente inseriti nelle dinamiche del gruppo, trasformandosi nei veri punti di riferimento emotivi della stagione e sostenendo il peso delle sequenze più riuscite.

Sul piano tecnico, musica ed effetti speciali svolgono egregiamente il proprio compito. La colonna sonora accompagna il finale con coerenza e misura, mentre gli effetti visivi restituiscono un Sottosopra suggestivo e minaccioso, sostenendo l’impatto emotivo delle ultime sequenze senza mai risultare invasivi. Probabilmente è proprio l’impatto visivo ad essere il migliore, se non l’unico, punto di forza di questa stagione.

Stranger Things si congeda con un finale che difficilmente soddisferà i fan più esigenti, ma che resta coerente con l’identità della serie. Avventurosa, nostalgica e profondamente legata alle proprie citazioni, conclude il proprio percorso senza però dare quel guizzo finale che legittimamente ci si poteva aspettare. Si poteva osare di più; tuttavia, questo lieto fine prevedibile rispecchia fedelmente ciò che la serie ha sempre voluto essere: un iconico (ma nel tempo fin fin troppo ammiccante) richiamo agli anni ‘80.

 

Stranger Things – Stagione 5, 2025
Voto: 5,5
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