Censura e propaganda: la repressione del dissenso sul web

Siamo oggi realmente liberi sul web? Riflettiamo con voi in merito alla attuale situazione della libertà d’espressione in rete alla luce dello strapotere di chi gestisce i social nel reprimere il dissenso.

 

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Nelle settimane passate uno dei podcast Twitch più noti d’Italia, il Cerbero Podcast, ha rischiato il ban permanente per l’ennesima volta. Il trio della trasmissione fa del politicamente scorretto e della comicità senza freni il suo cavallo di battaglia. Inoltre più volte si sono scontrati con chi invece del politicamente corretto fa la sua arma. Per queste ragioni il format è diventato molto scomodo per la piattaforma che, nonostante i guadagni che portano alla stessa, preferirebbe levarseli di torno. Il pretesto è stato il saluto romano alzato da una delle teste del Cerbero che ironizzava sulla proposta di divieto al saluto col gomito, usato nell’era covid, e ne proponeva scherzosamente una sostituzione.
Una battuta che difficilmente può essere intesa come apologia di fascismo, visto che quel gesto chiaramente ne era una presa in giro, quindi come fa questa battuta ad inquadrarsi in quel che viene definito “discorso d’odio”?

 

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La vicenda, seppur non di grande rilievo a livello di cronaca, apre la strada a molte riflessioni in merito alla libertà di espressione sul web. Il web ci è sempre apparso come un mezzo di comunicazione libero, ma è realmente così? Se è vero che su internet molti possono liberarsi dalla censura imposta dal proprio governo, come in Cina, è vero anche che oggi i principali luoghi di comunicazione sono i social, luoghi privati gestiti da società private. Queste società decidono oggi i limiti delle discussioni: il vero dal falso nell’informazione, il buono dal cattivo tra le persone e, come in questo caso, i limiti della risata. Una vera intromissione in quel che è il naturale discorrere umano e l’evoluzione del pensiero.

 

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Bisogna tener conto inoltre del potere di queste società: aziende come Facebook hanno dei guadagni annui pari a quelli di una nazione, e perseguono una loro precisa tabella politica che purtroppo possiamo solo intuire e non ci è dato conoscere nei dettagli. Sappiamo però che il loro potere supera i confini nazionali e si impone a tutti indistintamente, senza che i governi possano porre freno alle loro azioni che pur coinvolgono profondamente i propri cittadini.
Il potere principale di chi gestisce i social sta nel dare più o meno voce. Chi pensa diversamente dal pensiero comune, dal mainstream, viene irrimediabilmente censurato. O col ban dalla piattaforma nei casi più estremi o con la sua forma più subdola: lo shadow ban, ovvero l’utente non viene bannato ma i suoi contenuti non vengono diffusi, isolandolo. Ma come giustificare la censura senza che si possa chiamare censura? Ecco che nasce il concetto di “discorso d’odio”, o “hate speech” per gli anglofoni.

 

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Il “discorso d’odio” non riguarda solo chi è offensivo sulla rete; una definizione precisa non esiste nemmeno e chiunque ne è potenzialmente tacciabile. È la scusa per giustificare ogni repressione. Nemmeno Zuckerberg, il creatore e CEO di Facebook, quando interrogato in tribunale negli USA è stato capace di darne una definizione deviando la domanda diretta.
In pratica, parli contro certe politiche woke? Contro una certa sinistra? Contro l’UE? Contro l’usura delle banche? Contro la discutibile gestione del COVID? Parli contro in generale? Che tu abbia ragione o meno, ecco che sei inquadrabile tra quelli che odiano e puoi essere tacciato di fare “discorsi d’odio” perché uscito dai binari del mainstream.

 

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Su qualsiasi social ogni azione di repressione fa riferimento ai “regolamenti della community”, ma questi regolamenti sono quanto più vaghi possibile e dalla libera interpretazione, potenzialmente tutto può essere contestato. Ecco che entra in gioco la psicopolizia orwelliana; siamo giunti ad auto censurarci, omologandoci al pensiero comune, per non essere censurati. Questo rischio è particolarmente alto sulla piattaforma Twitch dove chi gestisce un podcast deve fare molta attenzione, basta letteralmente una sola parola per ricevere un ban perenne e non è consentito un secondo account. Sono migliaia gli streamer che hanno perso il loro lavoro, perché di lavoro si tratta, per così poco. Per qualcuno cala il sipario ma lo spettacolo continua sempre.

 




 

In tutto ciò uno dei quesiti più sensibili riguarda l’ingerenza dei social e i motori di ricerca durante le campagne elettorali che alla pari dei media tradizionali influenzano l’opinione pubblica. Per esempio durante la campagna USA del 2016, che vedeva lo scontro tra Trump e la Clinton, effettuando delle ricerche su Google sui vari candidati si vedeva chiaramente come il motore di ricerca fosse chiaramente schierato politicamente, mostrando tra i primi risultati non i più attinenti alla ricerca, ma i più indicati a screditare o meno il candidato.
Non a caso tutti i media hanno additato i fantomatici hacker russi per la riuscita alla elezioni di Trump, non riuscendo a spiegare altrimenti il suo risultato nonostante l’imponente sforzo mediatico che gli si era posto contro. Memorabile in merito il commento dell’inviata RAI Giovanna Botteri alla luce della vittoria di Trump: “le cose che sono state scritte, le cose che sono state dette evidentemente non hanno influito su questo risultato e sull’elettorato che ha creduto a Trump e non alla stampa [che lui definisce] bugiarda.” Sarà perché spesso la stampa è realmente bugiarda?
Quindi non tutto è detto, anche quando media tradizionali e social – che lavorano a braccetto: uno scrive e l’altro diffonde – si uniscono per una causa comune è possibile che un messaggio diverso arrivi alle persone.

 

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Tempo fa si discuteva riguardo Zuckerberg come possibile candidato alle elezioni USA del 2020, per fortuna un evento simile l’abbiamo scampato, per questa volta. Ma se si dovesse verificare una situazione simile cosa accadrebbe sui social? Facebook controlla miliardi di persone, non può diventare un giornale di partito. Serve che i governi incomincino a regolare il comportamento di queste piattaforme che ad ora vengono gestite da questi misteriosi algoritmi. Ciò affinché non influenzino a piacere l’opinione pubblica, prendendo in certi casi anche posizioni nette e dichiarate.
Ne è un esempio YouTube che ha preso le posizioni dell’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, in merito alla questione COVID: tutti i contenuti caricati che contraddicono l’opinione dell’OMS subiscono lo shadow ban o vengono cancellati. A parte il fatto che l’OMS è solo in apparenza un ente pubblico – oltre a dei fondi offerti da diverse nazioni è un privato sostenuto in maniera molto più consistente da personaggi come Bill Gates, che ne è il maggior finanziatore, che possono manipolarlo rendendolo di conseguenza inaffidabile – ma non è così che si agisce, tutto va discusso. Se circolano fake news, dannose o meno, l’unico modo per combatterle è il dialogo, se invece si eliminano le voci scomode si fa solo propaganda e non faticherei a credere che allora tra quelle voci qualcosa di giusto c’era eccome.

 

Un gatto bianco, ch’era presidente
der circolo der Libbero Pensiero
sentì che un gatto nero,
libero pensatore come lui,
je faceva la critica
riguardo a la politica
ch’era contraria a li pensieri sui.
“Giacche nun badi alli fattacci tui,
-Je disse er gatto bianco inviperito-,
rassegnerai le proprie dimissione
e uscirai da le file der partito:
che qui la poi pensà liberamente
come te pare a te, ma a condizione
che t’associ a l’idee der presidente
e a le proposte de la commissione!”
“È vero, ho torto, ho aggito malamente…”
Rispose er gatto nero.
E pe restà ner Libero Pensiero
da quela vorta nun pensò più gnente.
Trilussa

 

  Nota della redazione: abbiamo recentemente trattato questi temi anche in merito alla censura di Facebook contro i partiti di destra italiani.

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