Guerra e censura: la battaglia dell’informazione – La Russia

In Russia il regime ha zittito e bloccato proteste e stampa indipendente. Qualcosa di impensabile soltanto pochi giorni fa nonostante il clima pre-esistente.

 

 

Con l’invasione in Ucraina, la Russia sembra aver deciso di tornare indietro di trent’anni. Con una decisione antistorica e della quale solo nel prossimo decennio riusciremo a cogliere totalmente la portata, Vladimir Putin ha riportato le lancette della storia in piena guerra fredda, facendo tornare l’Europa il teatro di scontro di potenze extra-regionali e la Russia uno stato totalitario e pressochè dittatoriale.

La libertà d’informazione sul territorio russo, già compromessa dalle evidenti ingerenze dei servizi segreti e dalle strane morti di giornalisti che i più riconducono proprio al Cremlino, ha subito il completo annullamento in linea col cambio di passo voluto dal vertice politico.

 

 

Per noi occidentali, la farsa parte con il voler ribattezzare questa invasione come “operazione speciale”, quando era chiarissimo fin dalle prime ore che lo scopo dell’intervento militare era quello di piegare l’intera Ucraina e sostituire il governo Zelensky con uno fedele a Mosca.

Ma quanto accaduto nei giorni successivi, dopo aver constatato che la prevista passeggiata in Ucraina si stava trasformando in un pantano che ricorda l’Afghanistan (quello russo del 1979), ha dell’incredibile e si fa ancora adesso fatica a credere che stia accadendo in uno Stato europeo moderno. La dura repressione delle proteste di piazza hanno visto nei primi tre giorni circa 15000 persone arrestate senza un vero capo d’accusa; queste proteste, solo in taluni casi organizzate, hanno testimoniato la reazione di quella parte di società russa che vede Putin come un despota senza scrupoli e potenzialmente connivente con la parte più corrotta dello Stato, nonchè portatore di sofferenze per le famiglie del popolo.

 

 

Per il Cremlino era fondamentale zittire le proteste: se è vero che una larga fetta della popolazione è con lui, è anche vero che spesso le notizie divulgate sul territorio russo sono parziali, manipolate, addomesticate o totalmente artefatte, ed ogni incrinatura è potenzialmente l’agente detonante di un sentimento di ribellione che potrebbe portare a pressioni popolari difficilmente gestibili; di qui l’arresto indiscriminato di attivisti, passanti, bambini, anziane sopravvissute all’assedio di Leningrado durante la seconda guerra mondiale.

 

 

Immediatamente dopo, a pagare lo scotto della nuova dittatura sono stati i canali d’informazione indipendenti; dalle web tv alle radio passando per i siti d’informazione, la scure del silenzio è calata su tutte le testate – giornalistiche o meno – che provavano a raccontare una realtà diversa da quella del regime.
E da ultima, la norma da poco introdotta che prevede fino a 15 anni di reclusione per chiunque diffonda “notizie false sull’operazione speciale”; ovverosia, chiunque non racconti la verità del Cremlino e si azzardi a dire che in Ucraina sono stati mandati soldati privi di equipaggiamento, che il coordinamento militare è stato pessimo, che si è completamente sbagliata la strategia d’attacco, che si è sottovalutato l’avversario e che fondamentalmente no, gli ucraini non stavano aspettando a braccia aperte i russi “liberatori”.

 

 

Questo è il motivo della repentina fuga da Mosca degli inviati di tutte le testate giornalistiche internazionali: l’impossibilità di svolgere il loro lavoro se non raccontando le veline uscite dall’ufficio stampa di Putin. Inaccettabile, come la censura delle trasmissioni in arrivo dal mondo occidentale (la BBC è l’ultima vittima di questa scelta).

Ma intanto in Russia le proteste non si fermano: addirittura una giornalista della televisione di stato russa Channel One ha mostrato un cartello contro la guerra durante la diretta del telegiornale. Marina Ovsyannikova è stata immediatamente arrestata, processata e condannata, ma sorprendentemente rilasciata – quasi a testimoniare che l’opinione pubblica russa è potenzialmente fuori controllo e il Cremlino vuole evitare di alzare ulteriormente la tensione in patria.

 

 

Ad oggi la libera informazione in Russia è completamente assente. Il governo centrale sta chiudendo a riccio il paese, impedendo che da fuori arrivino informazioni in merito alle sanzioni che quasi unanimemente sono state adottate contro il governo di Putin, che si sappia quanti soldati stiano morendo, che vengano divulgate le atrocità commesse contro il popolo ucraino.
La Russia è tornata ad essere quel monolite privo di sentimenti e di capacità di dialogo che è stata dal 1917 al 1989. La negazione dei fatti, il tacciare di propaganda tutto quello che viene dall’occidente sta rendendo Mosca non diversa da Pyongyang, come giustamente ha affermato il Presidente ucraino Zelensky.

Se questa è la situazione in Russia, come si sta comportando l’occidente sul piano dell’informazione? Appuntamento a domani per la seconda parte del nostro speciale.

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