Mentre il mondo festeggia la fine della guerra, i cittadini della nuova repubblica socialista moldava soffrono e muoiono per inedia.

Il maggio del 1945 porta finalmente la pace nel Vecchio Continente dopo quasi sei lunghi anni di distruzione e morte. Si festeggia ovunque nell’Europa Occidentale, e presto si comincia a ricostruire quello che dovrà essere sì un mondo nuovo, ma sicuramente un mondo migliore. Lo stesso discorso non vale però per la parte orientale del continente: Polonia e Cecoslovacchia vedono il passaggio da un regime totalitario di destra a uno quasi identico di sinistra. Romania e Ungheria pagano invece caro il prezzo di essersi alleati con l’Asse e di aver partecipato all’aggressione contro l’Unione Sovietica, vera vincitrice del conflitto.
In questa polveriera, una piccola regione storicamente appartenuta alla Romania, la Bessarabia o Moldavia (passata all’URSS nel 1940, riconquistata nell’Operazione Barbarossa dai rumeni e poi definitivamente occupata dai sovietici), inizia il rapido processo di sovietizzazione imposto direttamente da Mosca. Nasce la Repubblica Sovietica Socialista Moldava, con la promessa di una nuova vita sotto i nuovi dominatori. I terreni sono generalmente fertili, e nel corso della sua storia la zona ha mantenuto buoni livelli di produttività; questo le gerarchie moscovite lo sanno bene, e impongono da subito una forzata collettivizzazione dei terreni, cosa che non erano riusciti a implementare nei pochi mesi di dominio prebellico. È l’inizio di una catastrofe che durerà quasi due anni e lascerà una scia di dolore ancora poco conosciuta e documentata.
Fin dai primi mesi dell’occupazione, a guerra ancora in corso, i commissari politici iniziano massicci sequestri di forniture di cibo ai danni della popolazione locale così da garantire ai milioni di soldati dell’Armata Rossa un continuo approvvigionamento. La zona entra quindi nella fase di collettivizzazione agricola già duramente provata sia dagli anni della guerra che dalle privazioni degli anni 1944-1945, i più duri di tutto il conflitto. La produzione locale viene requisita e inviata nei centri di raccolta sparsi sul territorio sovietico, per poi essere nuovamente distribuita ai quattro angoli dell’Unione Sovietica. Quello che rimane nelle dispense dei contadini è ben poco ma, ancora per i primi mesi del 1946, i dati indicano una situazione precaria ma non d’emergenza.

Siccome nessun male viene mai da solo, la primavera e l’estate del 1946 vedono l’aggiunta di un secondo fattore decisivo per il declino imminente della situazione moldava: una siccità come non si vede da decenni. Non piove per mesi, i raccolti sono scarsissimi e i quadri sovietici preferiscono dare priorità ai piani di produzione che alla situazione reale della Moldavia rurale che a differenza di quella urbana (dove vivono i membri e le gerarchie comuniste) subisce e soffre immensamente di più. I sovietici sono scrupolosissimi in queste faccende, e la burocrazia è dalla loro parte. Dall’alto si decide chi e quante derrate alimentari vanno consegnate da regione a regione, villaggio per villaggio. Se qualcosa manca, va tolto dalle dispense senza troppe discussioni e non accettando alcuna forma di resistenza: intuendo la direzione verso la quale si sta andando, alcuni cittadini iniziano a seppellire e nascondere nei posti più disparati le poche risorse in loro possesso, spesso con tristi risultati dato l’occhio vigile sia della milizia sia degli informatori che per un trancio di pane vendono volentieri il vicino.
I mesi passano e la situazione si aggrava sempre di più. Secondo lo storico Anatol Taranu, nel 1946 vengono prodotte 365 mila tonnellate di cereali che in condizioni normali rappresentano meno della metà del necessario di base per la popolazione moldava che conta 2.2 milioni di abitanti. 110 mila tonnellate vengono subito requisite e inviate nelle altre repubbliche sovietiche. Si delinea già la criticità e la scia di fame che accompagna la zona per un biennio. Nel luglio dello stesso anno viene registrato il primo caso di cannibalismo e prima della fine dell’anno ne vengono ufficialmente registrati altri 50, ma i dati sono incompleti perché la pena per atti di questo genere prevede la diretta fucilazione. In realtà il fenomeno del cannibalismo è molto più diffuso e, dato triste, spesso coinvolge membri della stessa famiglia o conoscenti, vicini ed amici stretti. Gli archivi rivelano casi al limite del vero, tristi e troppo crudi per essere qui raccontati. È la vita vera, la disperazione al culmine delle sue forme, ma è reale. La fame come nessuno di chi legge questo articolo ha mai conosciuto e sicuramente mai conoscerà.

I rapporti arrivano a Mosca e anche a Stalin, la critica situazione moldava è conosciuta ai vertici dell’Unione Sovietica; poco però viene fatto e mentre migliaia di cittadini iniziano a perire, le riserve totali disponibili in tutta URRS superano le 10 milioni di tonnellate di cereali. La fame si estende anche alla vicina Ucraina, già provata dalla carestia e dalle folli politiche staliniste a inizio degli anni ’30, e tocca anche la Bielorussia e la Romania che però vengono maggiormente aiutate. Nel 1947 la situazione inizia a migliorare con i raccolti che risultano decisamente migliori, e la tarda volontà dei vertici di porre fine a una situazione che sta assumendo dimensioni grottesche. La fame, almeno ufficialmente, viene placata entro l’autunno dello stesso anno, ma la popolazione locale ne subisce gli effetti ancora a lungo: appena c’è uno spiraglio di stabilità, le collettivizzazioni forzate riprendono a pieno ritmo e nel 1949 quello che era rimasto della classe medio-alta moldava viene spedita nei temibili gulag siberiani.
Gli effetti sulla popolazione sono tragici: nella seconda metà del 1947 circa il 30% della popolazione soffre di distrofia alimentare causata dalla prolungata malnutrizione, dato che aumenta vertiginosamente in specifiche zone toccando punte del 70-80%. I decessi direttamente collegabili alla situazione si attestano tra i 200.000 e i 300.000, che rappresentano più del 10% della popolazione totale. Tutto ciò, come tante altre cose del nostro passato, poteva essere facilmente evitato.









