Giorgia Meloni: dal presenzialismo al presidenzialismo

Giorgia Meloni sta lentamente riportando sui binari della sostanza una politica vittima di trent’anni di spettacolo, urla e mancanza di contenuti.

 

 

Tangentopoli è stato un drammatico punto di svolta della politica e della società italiana. La doverosa ma stranamente incompleta inchiesta che azzerò l’intera classe politica di governo condusse alla polarizzazione della nuova scena elettorale italiana: da un lato i post-comunisti, rimasti fuori dallo scandalo grazie alla miracolosa interruzione dell’inchiesta al momento di cominciare a ravanare del torbido delle amministrazioni locali del centro Italia, e dall’altro quel Silvio Berlusconi parafulmine di un mondo conservatore privato di riferimenti politici ma anche possibile portavoce di quegli interessi particolaristici ed oscuri mai pienamente investigati.

È col berlusconismo che sbarca in Italia la spettacolarizzazione della politica, un fenomeno fino ad allora prettamente statunitense e che nel corso degli anni avrebbe progressivamente spostato il dibattito politico da merito e sostanza ad una proposta superficiale, basata su figure vincenti da seguire ed amare a prescindere dalle proposte sul tavolo, nemmeno sempre presenti.

Sono stati i casi di Renzi e di Conte; i loro governi hanno prodotto anni nei quali l’iconografia del politico al comando ha stravolto in peggio il modo di intendere il fare politica in Italia, basando tutto sul consenso televisivo piuttosto che sulla reale capacità del leader di turno e sui risultati ottenuti. E se Renzi ha poi saputo dimostrare di essere comunque un fine politico negli anni successivi, gli italiani si sono colpevolmente piegati a questa logica, sposando questo schema facilmente rivedibile nei meandri dei social network.

 

 

Giorgia Meloni è riuscita nell’impresa di portare un partito politico dal 3% a diventare partito di maggioranza relativo nel Paese senza accettare questa logica. La pasionaria di Garbatella ha sicuramente utilizzato i media per diffondere il suo pensiero; ma al contrario dei già citati Berlusconi, Renzi e Conte, Giorgia Meloni non ha puntato su un sorriso smagliante, su proclami affabulanti o su un presunto charme da parolai di basso spessore; Giorgia Meloni ha riportato al centro del dibattito politico questioni pratiche, i problemi reali del Paese e dei cittadini, affiancando oltre al lamento anche soluzioni, proposte ed un idea di Nazione che, piaccia o non piaccia, è oggi l’unica proposta politica presente sulla piazza italiana.

Vinte le elezioni, la Meloni è sparita dai radar, impegnata nella formazione del governo prima, nella revisione dei conti e nella formulazione di una manovra economica accettabile poi, e infine nel tessere una politica estera che permetta all’Italia di tornare (come è parzialmente già successo) a partecipare da protagonista nei dibattiti più importanti sul panorama internazionale.

In questa fase di avvicinamento alle elezioni Europee, Giorgia Meloni sta utilizzando intelligentemente tutta una serie di cartucce che puntano a rafforzare la posizione del suo partito, i cui rappresentanti di punta sono spesso tutt’altro che all’altezza. Con le recenti conferenze stampa e con la sua importante presentazione in Parlamento degli obiettivi programmatici del governo, ma anche le sue apparizioni in televisione come ospite di punta in alcune trasmissioni politiche, la Meloni ha ripuntato su di sé i riflettori dei media, contenendo le polemiche più o meno legittime che hanno colpito negli ultimi mesi Fratelli d’Italia e soprattutto scavando un solco con Elly Schlein e Giuseppe Conte, entrambi privi di argomenti concreti da opporre alla Meloni e che basano il loro consenso unicamente sull’ideologia più becera e cieca, tanto che i due, andati in crisi, sono ora ai ferri corti.

 

 

Se mai l’annunciato ma non confermato confronto in diretta televisiva tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein dovesse tenersi, è lecito pensare che il Presidente Del Consiglio farebbe a pezzi il Segretario del PD; un politico a corto di idee, di sostegno interno al partito e che rappresenta la sinistra più litigiosa, radicale ed ideologica, ed ora anche alle prese con le grane di Bari e Torino, situazioni assolutamente non trasparenti e che una volta di più mostrano il vero volto della presunta moralità dei politici di sinistra.

È altamente probabile che con le prossime elezioni europee di giugno, Giorgia Meloni sancirà la vittoria del centrodestra e su tutti del suo partito; un partito che rappresenta i valori di tantissimi italiani che negli ultimi trent’anni hanno masticato amarissimo, costretti a vedere un Paese lasciato alla deriva e vittima di pescecani, arrivisti e faccendieri, anche se nei fatti diversi dei suoi esponenti di punta non sono all’altezza del ruolo e potrebbero avere più di qualche scheletro nell’armadio (un esempio è la situazione del ministro Santanchè, ma non è il solo).
Con questa vittoria, la Meloni spalancherà la strada al presidenzialismo, una forma di governo sulla quale si può non essere d’accordo ma che oggettivamente impedirebbe di vedere inciuci ed iniquità come se ne sono viste negli ultimi venti anni, con un PD quasi sempre minoranza e quasi sempre al governo.

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