Il Falsario: la recensione

Quanti film si possono fare sullo stesso argomento? Nel caso di questo lungometraggio uno di troppo, e le ragioni sono tante.

 

Il Falsario recensione

 

La nuova opera di Stefano Lodovichi non è nuova. Non tanto nella scelta di raccontare, in modo romanzato, la vita di Antonio detto Toni che da Rieti approda a Roma per mettere a frutto le sue doti da pittore e invece trova sfogo come falsario della malavita. Il problema, serio, è che siamo ancora una volta davanti alla Roma anni settanta della Banda della Magliana, degli anni di piombo e… del rapimento di Aldo Moro. Vi prego, basta! Si tratta di un periodo storico importantissimo in cui il compromesso Democrazia Cristiana e Partito Comunista sconvolse tante vite ma non è l’unica cosa accaduta in una città che esiste dall’Avanti Cristo e che è sempre stata al centro della storia nazionale e non solo.

Il Falsario è un film ben confezionato e con una bella fotografia ma di una banalità disarmante. Se il protagonista è in grado di riprodurre un Modigliani in modo impeccabile “con la sola imposizione delle mani” (citazione colta), il regista ha fatto la stessa cosa con Romanzo Criminale (il film di Placido e la serie tv) e ogni cosa che ne è derivata da là nell’offerta cinematografica nostrana. Il tutto, poi, è reso ancor più delirante da quella che doveva essere la chicca della produzione: la scelta del protagonista.

Pietro Castellitto era chiaramente stato preso per fare il mattatore della pellicola e invece è il colpo di grazia. A volte un prodotto mediocre si salva grazie a grandi prove attoriali. A volte. In questo caso, invece, il figlio d’arte dimostra di aver preso poco dal padre Sergio, restituendo al pubblico una macchietta irreale di una caricatura che non si riesce a seguire. Cosa significa? Che chi lo guarda si trova davanti a uno che fa battute ma non fa ridere, che affronta pericolosi criminali ma non dà mai l’idea di poterli soverchiare, che si regala ricche copulazioni a destra e manca con donne bellissime senza essere né bello né affascinante.

 

Il Falsario recensione

 

Si salvano Edoardo Pesce, anche se da Dogman recita sempre la stessa parte, e quel Claudio Santamaria di Lo Chiamavano Jeeg Robot, che invece di talento ne ha troppo per essere offuscato anche quando il cielo è nero. Il resto… è noia, per citare quel Califano che aleggia un po’ ovunque come se in quel periodo si potesse essere romani solo in modo becero.

 

Il Falsario recensione

 

Senza voler ricadere in alcun delitto di spoiler, ci sarebbe anche un finale a grande sorpresa, ma persino questo fuoco d’artificio finale non esplode. Perché? Il colpo di scena è così esagerato da rendere ancor meno reale questa storia che non piacerà a chi ha seguito con affetto il Libanese e il Freddo e non scalda il cuore a chi cercava un bel film italiano.

In conclusione, si tratta di un film con il quale e senza il quale si viveva tale e quale.

 

Il Falsario, 2025
Voto: 4