A giocare col fuoco si rischia di finire scottati: è quanto successo al regista Bruno Stagnaro con la sua migliorabile serie.

Prendi una donna, trattala male, lasci che ti aspetti per ore… e stai sicuro che ti amerà; lo sosteneva Marco Ferradini nella sua storica canzone Teorema. Un ragionamento che evidentemente non si applica alla settima arte: il capolavoro visivo di Héctor Germán Oesterheld e Francisco Solano López pubblicato tra il 1957 e 1959, infatti, è stato davvero trattato male da Netflix, e il risultato non è una vittoria amorosa, quanto un fallimento sonoro attutito solo dalla grandissima qualità del materiale di partenza.
L’idea di El Eternauta (questo il titolo originale del fumetto argentino, e questa è la nostra recensione) era oro puro: a causa di una nevicata tossica di origine aliena, la popolazione di Buenos Aires viene quasi sterminata. I pochi sopravvissuti si organizzano con tute e respiratori di fortuna ma ben presto devono affrontare insetti-robot telecomandati da un’astronave aliena mal intenzionata.
Considerando quando questa storia fu concepita, è a tutti gli effetti un caposaldo della letteratura di fantascienza con temi poi ripresi in moltissimi libri e film successivi, e la metafora dei regimi sudamericani è semplicemente geniale. Probabilmente queste sono state le ragioni per cui si era deciso di produrre questo titolo; ma poi cosa è successo?
Di tutto, purtroppo. Il ritmo de L’Eternauta è lentissimo, da lungometraggio d’autore, e sebbene possa aiutare inizialmente a creare un ambiente narrativo coerente, alla lunga si sposa assai male con un’invasione di massa che mostra palazzi in rovina, rappresaglie tra rottami d’auto e fuochi accesi con i copertoni di vecchi camion. La regia è scolastica (ma non era il fumetto degli anni cinquanta?) e l’introspezione dei personaggi non è pervenuta: ognuno parla due minuti al massimo come Er Cipolla in un qualsiasi film di Natale. E allora cosa si salva?
A strappare la stiracchiata sufficienza sono i primissimi episodi, pieni di atmosfera e tensione, e l’iconografia.
L’Eternauta è talmente nelle vene di chi vive di graphic novel che basta poco per farci felici. La panoramica della nevicata sulla città, la maschera a gas trovata in un vecchio baule, gli scarafaggi enormi che buttano dal cielo lamiere e pezzi di motori. Nella mediocrità globale dei sei episodi, ogni tanto arriva un lampo di nostalgia e lo spettatore si fa più indulgente. Perdona, prosegue, finge di non capire che la serie si fa via via più dozzinale e tende ad assomigliare sempre più a qualche discutibile fumettone tutta spettacolarizzazione e zero sostanza.

Questa versione televisiva di L’Eternauta ha tutte le sembianze di un’occasione persa. Se ha funzionato una saga apocalittica come The Sweet Tooth, la madre di tutti gli intrecci della fantascienza avrebbe dovuto spaccare tutto e invece il colpo va a vuoto. Un colpo al cuore, invece, arriva all’annuncio che una seconda stagione è già in lavorazione, nella totale mancanza di rispetto di un pezzo di cultura pop buttato nel tritacarne degli algoritmi delle piattaforme.

Vedremo cosa ci riserverà il futuro, ma quel che è certo è che, se anche i nuovi episodi dovessero essere così scialbi, agli sceneggiatori regaleremo una bella settimana bianca… con la neve del fumetto però!









