La crisi di Governo che non ci voleva: le dimissioni di Mario Draghi

La politica italiana si è mossa nuovamente in funzione di se stessa e non in funzione dei cittadini; questa volta però c’è l’aggravante.

 

 

I 62 senatori del Movimento 5 Stelle che hanno lasciato i loro banchi del Senato vuoti durante la votazione in merito al DL Aiuti hanno sancito uno strappo nella maggioranza che ha spinto il premier Draghi a rassegnare le dimissioni, rifiutate tuttavia dal Presidente Mattarella, presumibilmente stanco anche lui dei tranelli della politica italiana, e consapevole del rischio che in questo momento l’Italia correrebbe se si dovesse procedere alla formazione di un nuovo esecutivo privo di Mario Draghi.

Draghi, il cui curriculum e la cui esperienza non possono essere certo messi in dubbio, in questo momento rappresenta probabilmente una delle migliori garanzie che l’Italia abbia mai avuto, sia sul piano economico che su quello finanziario. La dimostrazione di questa garanzia sta in quello che il governo Draghi è riuscito a concordare in termini di aiuti economici con l’Europa.

Abbiamo un debito pubblico al 157,7% nel rapporto col PIL (al momento del collasso economico la Grecia era al 180%), una forza lavoro che non cresce da decenni e una disoccupazione giovanile al 20,5 %. Certo, il Covid e tutte le sue conseguenze hanno inevitabilmente modificato al ribasso queste cifre, ma ovviamente non siamo stati gli unici a subire queste conseguenze: tutta l’Europa è stata investita dal Covid, la situazione economica italiana era già precaria prima.

 

 

Gli ultimi anni politici dell’Italia sono stati segnati da governi e maggioranze effimere, alcune di queste costruite su programmi opinabili – visto l’effettivo peso economico delle misure poi adottate, come nel caso del governo Conte I – e il Paese non si è ripreso come si ipotizzava si dovesse riprendere dalla crisi del 2011 e dalle misure del governo Monti; la nostra situazione ci impediva di garantire all’Europa non solo la restituzione di parte del credito, ma anche il corretto impiego di quest’ultimo.

Mario Draghi in quest’ottica è stato un jolly di cui abbiamo potuto usufruire solo noi: da nostro Presidente del Consiglio infatti ha potuto mediare con l’Europa beneficiando del suo passato da ex presidente della BCE, un ruolo attraverso il quale ha saputo dimostrare a livello internazionale le sue capacità, salvaguardando l’euro con le manovre del fiscal compact e dei tagli ai tassi di interesse, gli anni del “whatever it takes” per intenderci.

L’Italia è il principale beneficiario dei fondi Next Generation EU: la somma delle diverse tranche di finanziamento ammonta a 192 miliardi di euro circa. Per ottenere però le rate successive alla prima bisognerà raggiungere una serie di obiettivi funzionali all’ottimizzazione dell’uso delle risorse. Il governo Draghi, a tale scopo, ha presentato il PNRR, un piano che traccia una rotta politico-economica da seguire per raggiungere gli obiettivi ed utilizzare al meglio le risorse finanziarie di cui potremmo beneficiare.

 

 

Parte del Movimento 5 Stelle parrebbe voler minare la stabilità di questo governo, o quantomeno affermare la sua mole parlamentare data la caduta libera nei sondaggi, mentre parte del centrodestra vorrebbe andare al voto: Fratelli d’Italia, con più insistenza, per andare al governo, e la Lega per andare magari al governo con Fratelli d’Italia, in un’idilliaco governo di centrodestra.

Ciò che è più facilmente ipotizzabile è l’avvilimento di Mario Draghi nel rassegnare le proprie dimissioni, consapevole che la progettualità sociale ed economica futura del Paese potrebbe sfumare per un gioco senza scrupoli, mirato quasi certamente più al soddisfacimento del proprio tornaconto politico che agli interessi dell’elettorato.

 

 

Il rifiuto di Mattarella potrebbe scuotere gli animi della scena politica affinché gli interessi dei partiti si plachino in favore del bene comune, un fine che dovrebbe essere l’orientamento di un politico in ogni situazione, ma che deve esserlo ora in particolare, dato il periodo storico attuale, dove tutti sembriamo essere meno stabili, e la stabilità, di confine, sanitaria o economica, sembra essere un concetto più volatile di quanto potessimo pensare.

Per condividere questo articolo: