L’incredibile vicenda Draghi: nessuno da salvare

Le dimissioni di Mario Draghi arrivano dopo mesi di strappi e pretese arrivate da tutte le direzioni; sicuramente 5 Stelle e Lega, ma anche PD.

 

 

Su queste pagine si è più volte richiamata la necessità di tornare al voto a causa dell’impossibilità di garantire una stabilità parlamentare visto l’esito delle elezioni politiche del 2018. Non si sono lesinate critiche al Presidente della Repubblica Mattarella, che pur di tutelare gli interessi del Partito Democratico ha cercato ogni possibile accordo ed inciucio pur di non permettere alla maggioranza di elettori chiaramente presente nel Paese a partire dal 2019 di far varare un esecutivo di centrodestra.

Ma, nel rispetto dell’onestà, i motivi per criticare l’esecutivo Draghi nel corso del suo anno di vita sono stati limitati (anche se non certo assenti), ed è per questo che dallo scorso Marzo ci siamo astenuti dal chiedere nuovamente di tornare alle urne. Se una colpa possiamo addossarci noi della Tana è stato piuttosto di non evidenziare per tempo quanto di buono l’esecutivo stesse facendo.

Vorrei evitare di fare un elenco dei risultati ottenuti dall’esecutivo Draghi, quanto puntualizzare quanto sia inutile farlo cadere adesso, sciogliere le camere ed andare ad elezioni a circa nove mesi dalla scadenza naturale della legislatura e con una serie di argomenti estremamente sensibili che necessitavano di esser seguiti con l’attenzione e l’indubbio peso internazionale che Mario Draghi può vantare.

 

 

A dirla tutta non saprei neppure da dove cominciare: c’è da gestire un’inflazione quasi al 9%, lungamente anticipata e derivante dalla ripresa dei mercati dalla seconda metà del 2010 ed in parte dalla guerra in Ucraina; i risvolti internazionali di questa stessa guerra; la gestione dei bonus edilizi e del reddito di cittadinanza; gestire le attività legate alla realizzazione degli obiettivi richiesti dall’Unione Europea per ottenere la seconda tranche del PNRR; ed infine, ma non meno importante, preparare la legge finanziaria che deve essere varata entro il 31 Dicembre dopo essere stata approvata dall’UE (visto che non siamo più uno stato sovrano).

Aspettare nove mesi consentendo all’esecutivo Draghi di arrivare fino al termine della legislatura sarebbe indubbiamente stata a questo punto la cosa migliore. Invece lo scorso mercoledì abbiamo assistito ad uno degli spettacoli meno degni della politica italiana dai tempi della cosiddetta “prima repubblica”: quello che doveva essere un consesso parlamentare dove i partiti erano chiamati ad esprimere il loro supporto o meno all’esecutivo Draghi si è trasformato in un comizio fra i più beceri ed ideologici. Praticamente non c’è nessuno da salvare: a partire dai 5 Stelle, che hanno aperto una crisi su temi forse secondari, non votando la fiducia al governo (strumento peraltro abusatissimo nelle ultime legislature) sul termovalorizzatore di Roma e mettendosi una volta di più di traverso senza offrire alternative concrete ad un problema reale e pressante; passando da Lega e Forza Italia, che se veramente interessate a mantenere l’esecutivo Draghi in piedi avrebbero potuto prender contatti con lo stesso Primo Ministro immediatamente dopo l’annuncio dei grillini di non partecipare al voto; o ancora il PD, che ha spinto fortissimamente per mantenere il M5S all’interno di una maggioranza traballante proprio per loro colpa ed ancora prima aveva inserito in calendario temi fortemente divisivi come quello dello Ius Scholae cercando palesemente lo scontro.

Ora ci aspettano un periodo transitorio durante il quale il rischio è di non vedere alcuna delle tematiche sopra menzionate essere gestita ma assistere per tutta l’estate all’ennesimo becero scontro fra partiti, all’insegna di giochi sporchi, slogan e false accuse.

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