La zona rossa dei ristoranti

Ristoranti chiusi ma estetisti aperti: servivano gli scontri di piazza per evidenziare le incongruenze delle attuali normative anticovid?

 

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Gli scontri avvenuti in questi giorni sono l’ennesimo brutto segnale della crescente tensione sociale, che monta da mesi. Sebbene certi movimenti di estrema destra stiano soffiando sul fuoco, cercando lo scontro con la Polizia, è indubbio ed incontrovertibile che la situazione sia fuori controllo, e non per colpa dei ristoratori. Il governo Conte non ha certo brillato, durante la gestione della pandemi, per chiarezza ed uniformità delle normative emanate a ritmo serrato; dopo i primi mesi di chiusura totale, le riaperture avvenute a macchia di leopardo e con regolamentazioni diverse hanno causato ulteriore caos e diseguaglianza fra i vari esercenti.

I ristoranti sono sicuramente quelli che hanno ricevuto il colpo più forte, insieme a teatri, cinema, palestre e discoteche. La linea tenuta dal governo è quella del bloccare l’accesso a luoghi dove la presenza continuata di persone potesse creare assembramento o dove ci fossero contatti fisici; questo però solo sulla carta.
La realtà ci mostra supermercati e grandi negozi dove l’afflusso di persone non è controllato ed il distanziamento non possibile (o semplicemente ignorato), luoghi di passeggio spesso densamente popolati, campionati di tutti gli sport ripresi in qualche modo (vengono considerate di interesse nazionale anche le categorie più basse, a livello locale), per non parlare di barbieri, parrucchieri ed estetisti che, veri simboli del naturale edonismo umano, vedono costante contatto fra operatore e cliente. Il tutto, senza considerare quanto i mezzi pubblici siano oggettivamente veicoli di contagio.

 

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È evidente che esista una disparità di trattamento basata su qualche parametro potenzialmente condivisibile ma completamente sballato considerando globalmente le disposizioni di legge rilasciate sotto il governo Conte e non ancora modificate dall’esecutivo Draghi. È altresì evidente come la scorsa estate siano mancati i controlli sul territorio e parallelamente molti dei locali più stagionali ne abbiano approfittato in modo miope; discoteche, ristoranti e locali pubblici delle località turistiche hanno spesso ignorato le più basilari norme sanitari, con la complicità però delle amministrazioni locali. Insomma, sono in molti a doversi battere il pugno sul petto e fare mea culpa. Chi vuole aprire tutto a tutti i costi vive in un mondo tutto suo, così come chi grida alle libertà personali violate in tempi di pandemia (ma siete matti?); eppure il giusto mezzo, che il buon senso avrebbe dovuto chiaramente indicare a tutti, ancora una volta manca da entrambe le parti. Sembra che anche sulla gestione della pandemia la politica e le ideologie la stiano facendo da padrone sulla razionalità e sulla possibilità di esprimere il proprio personale senza essere tacciato di essere un no-vax o un vaccinista a tutti i costi.

 

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Ad ogni modo quanto espresso dai ristoratori è pienamente comprensibile: seguire alla lettera quanto previsto in termine di prevenzione del contagio per poter riaprire, finalmente, anche in zona arancione, ed anche a cena. La richiesta è legittima sotto molteplici punti di vista: intanto, perchè seguendo le direttive il distanziamento è garantito esattamente come per altri locali pubblici (ed in taluni casi ancora di più), ma anche perchè 14 mesi di chiusura pressochè totale metterebbero in ginocchio qualsiasi impresa. I ristori sono barzellette, vista la loro esigua misura: se ipotizziamo una fatturazione (quindi un lordo, dal quale ancora dover levare le uscite) di 100000 euro annui, il ristoro una tantum è di 4000 euro; si fa veramente fatica capire come con questi soldi si possa contribuire a pagare utenze ed affitti che da soli sono sempre di diverse migliaia di euro al mese.

 

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Chi difende l’operato del governo a spada tratta spesso menziona a questo punto l’evasione fiscale, ma mi si permetta: qui è questione di numeri. I ristoratori in piazza non sono certo i proprietari dei grandi ristoranti alla moda, ma piccoli imprenditori che vedono il loro lavoro tassato mediamente al 60%, con studi recenti che rilvevano picchi fino al 73%. Uno stato sano non dovrebbe mirare ad uccidere la propria classe imprenditoriale, ma agevolarla anche per contribuire a rinvigorire il mercato del lavoro. L’attacco a oltranza contro il piccolo esercente lo può fare solo chi è chiuso nel proprio lavoro impiegatizio e non vede, per mancanza di conoscenza o per pura ideologia, i rischi d’impresa e l’impossibilità di far crescere il tessuto imprenditoriale nazionale con una tassazione così follemente elevata.

 

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Gli scontri davanti a Montecitorio sono figli di questa situazione, esasperata dall’atteggiamento sordo ed iniquo del governo passato e presente. Certo, gli scontri con le forze dell’ordine sono intollerabili, ma lasciatelo dirlo a noi che lo abbiamo sempre sostenuto; sarebbe bene che gli esponenti della sinistra stessero zitti sull’argomento, essendo da sempre al fianco di manifestanti violenti ed essendo loro per primi i padri di questa cultura irrispettosa nei confronti della divisa. Ed almeno in questo caso, al di là di non ancora confermate ma più che possibili infiltrazioni da parte di formazioni di estrema destra, l’obiettivo non era colpire la divisa, ma ottenere udienza dal potere costituito.

Ma a volte ci si scorda che non siamo cittadini, solo sudditi.