Intercettazioni preventive: compare la norma nella Legge di Bilancio 2023

Nella Finanziaria 2023 è comparsa una riforma legata alle intercettazioni dei servizi segreti, un semplice dirottamento di bilancio che però scatena un torbido effetto domino.

 

 

La Legge di Bilancio 2023 sta per essere approvata e l’attuale corpo presenta un norma, inserita in seguito a numerose frenetiche riunioni, che prevede uno spostamento dei fondi per le intercettazioni dei servizi segreti dal Ministero della Giustizia a quello dell’Economia; un pretesto secondo l’opposizione finalizzato al depotenziamento dei giudici e del potere giudiziario per estensione.

Spostare il bilancio da un ministero all’altro rientra nella visione strategica dell’attuale Ministro della Giustizia Carlo Nordio, che proprio recentemente si era espresso non solo favorevole all’uso delle intercettazioni preventive ma fortemente intenzionato ad aumentarne la frequenza d’uso; attualmente infatti le intercettazioni più largamente utilizzate e diffuse sono quelle giudiziarie, che per natura e forma giuridica tutelano il più possibile la privacy di qualunque cittadino.

La differenza fra i due tipi di intercettazioni risiede nell’autorizzazione a monte dell’intercettazione e l’uso che si fa della stessa a valle del processo: le intercettazioni giudiziarie devono essere richieste da un Pm e approvate da un giudice (quindi da un uomo in nessun modo legato al governo), secondo precisi parametri di legge, per poi essere depositate presso l’imputato nel corso del processo penale per garantirgli la difesa.

Le intercettazioni preventive al contrario possono essere richieste dalle forze di polizia del Paese e quindi da uno dei ministeri ad esse collegate (Difesa, Interno ed Economia), o direttamente dal Governo nel caso dei Servizi, per ragioni legate alla sicurezza interna dello Stato; l’approvazione deve essere accordata non da un giudice, ma dal Procuratore distrettuale.

 

 

Le intercettazioni preventive poi non hanno valore probatorio e di conseguenza non possono essere portate in tribunale e messe agli atti; rimangono dunque in mano alla forza di polizia che le ha richieste e quindi in mano al Ministero legato. Essendo documenti presumibilmente non rintracciabili, e pertanto ignoti, non ci può essere certezza della loro distruzione, come non ci può essere certezza degli scopi per i quali vengono o verranno utilizzati o che tipo di archivio andranno a costituire e da chi sarà gestito.

Gli interrogativi su questa manovra sono molti, così come dietro ogni manovra di bilancio d’altro canto; tuttavia questa norma in particolare meriterebbe probabilmente un’attenzione maggiore, e forse anche un’opposizione maggiore. Esiste infatti il rischio non solo di possibili scenari politici inquinati dall’estorsione e dal ricatto, facilitati data la natura delle intercettazioni preventive, ma anche di danni al grado di separazione che c’è e che non dovrebbe mai essere intaccato in una repubblica, per coerenza ontologica.

 

 

Un potenziamento dei fondi a favore dei Servizi segreti e una norma finalizzata alla parziale esclusione della componente giudiziaria dal processo evolutivo legato alle intercettazioni sembrerebbe essere un modo per arginare il potere giudiziario e ridurne il controllo politico; certo può assicurare una più rapida intromissione nella privacy altrui, e questo in potenziali condizioni di pericolo può essere un vantaggio, ma questa potenzialità può valere la quasi certezza di quello che rischiamo di perdere non solo individualmente in termini di privacy, ma anche collettivamente come cittadini repubblicani.

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