L’imminente, inevitabile dietro-front di Giorgia Meloni?

Con Futuro Nazionale quasi all’8%, per il centrodestra la strada da percorrere rischia di essere il dover fare un passo indietro sull’isolamento intorno a Vannacci.

 

 

Il fenomeno Roberto Vannacci continua a togliere il sonno alla coalizione di centrodestra: i più recenti sondaggi sulle intenzioni di voto degli italiani  vedono infatti la sinistra sopravanzare i partiti dell’attuale coalizione di governo 43% a 41%. Il tema non è tanto come facciano PD, M5S e AVS ad avere ancora questa massa di voti nonostante la completa assenza di programmi e idee concrete del campo largo (anche se un approfondimento sarebbe necessario), quanto come possa fare Giorgia Meloni a restare al governo dopo la prossima tornata elettorale prevista per il 2027.

A prescindere da quale sistema verrà usato per le prossime elezioni politiche, sia quello attualmente in vigore che quello proposto dal centrodestra condannano l’attuale coalizione di governo a restare all’opposizione se Futuro Nazionale dovesse correre da solo. Eppure le posizioni di Roberto Vannacci non sembrano conciliabili con quelle degli attuali leader di centrodestra.
Non c’è solo il problema del “tradimento” compiuto all’interno della Lega, dalla quale (ed in parte da Fratelli D’Italia) Vannacci ha saccheggiato abbastanza parlamentari da mettere un piede nei palazzi del potere; il principale contrasto tra Futuro Nazionale ed il resto del centrodestra è la posizione opposta e non conciliabile sulla guerra in Ucraina, con il partito di Vannacci che raccoglie gli scontenti del supporto al Paese invaso.
Il quasi 8% oggi ottenuto sulla carta da Futuro Nazionale però non si spiega solo con la politica estera: oltre a qualche nostalgico del Ventennio, il pieno di intenzioni di voto ottenuto da Vannacci è anche figlio di cittadini che bocciano il centrodestra, giudicato troppo moderato ed insufficiente in tema sicurezza ed immigrazione. Si tratta di un’erosione interna che, a oggi, taglia le gambe all’attuale coalizione di governo.

Il centrodestra si trova così di fronte a due opzioni, entrambe deleterie: la prima è quella di lasciar fuori Futuro Nazionale dalla prossima alleanza, lasciando vincere la sinistra più becera e violenta che probabilmente si sia mai vista (almeno negli anni ’70 PCI e PSI avevano dei politici, non degli odiatori), e la seconda è quella di portar dentro la coalizione Vannacci, ingoiando rospi giganteschi e dovendo probabilmente perdere la faccia a più riprese, perdendo però inevitabilmente qualche voto tra gli elettori storici ma soprattutto trovandosi poi a dover trovare un’intesa di governo con una forza politica che non sembra eccezionalmente affidabile ed in totale contrasto sul proseguimento delle politiche estere filo-ucraine.

 

 

In realtà, ci sono ancora due possibili scenari che potrebbero arridere all’attuale centrodestra.
Il primo è legato alla potenziale implosione del campo largo, oggi roso da una lotta intestina per la leadership tra la Schlein e Conte. Se la figura di un federatore non dovesse materializzarsi, cosa piuttosto probabile viste le crisi di ego dei due sedicenti politici menzionati sopra, l’autodistruzione del campo largo potrebbe scoraggiare gli elettori di sinistra più moderati dall’andare a votare.
Il secondo è quello di un passo indietro non tanto di Roberto Vannacci quanto dei suoi potenziali elettori: se il centrodestra dovesse tenere la barra dritta, piuttosto che vedere il ritorno dei soliti noti al timone di un Paese che hanno già devastato, una parte dell’elettorato di Futuro Nazionale potrebbe all’ultimo momento decidere di votare per il centrodestra o di non votare affatto, cambiando quindi le percentuali complessive.

Mancano ancora diversi mesi prima delle elezioni e molte cose possono ancora cambiare, ma una cosa è certa: Giorgia Meloni non può continuare ad ignorare il grido degli elettori di centrodestra che chiedono solamente che i criminali catturati dalle Forze Dell’Ordine restino (e a lungo) in carcere. Basterebbe questo a concedere una vittoria schiacciante all’attuale coalizione di governo, garantendo altri cinque anni di solidità al Paese.