Shogun: la recensione

Shogun è una serie TV splendida ma molto faticosa da seguire, e che racconta la sanguinaria lotta intestina tra i signori feudali Ishido e Toranaga.

 

 

Probabilmente può sorprendere sapere che la serie televisiva Shogun, che racconta di un medioevo giapponese dei più sanguinari, è basata sull’omonimo romanzo uscito nel 1975 a cura dallo scrittore australiano James Clavell. L’autore del libro si è ovviamente ispirato a fatti realmente accaduti ed è riuscito a mettere insieme una storia davvero molto interessante con al centro un marinaio inglese.

La storia è ambientata nel XVII secolo, un periodo in cui solo il Portogallo era riuscito ad aprire uno spiraglio commerciale con le ricche isole giapponesi; il merito di tale impresa va annoverato alla chiesa cattolica portoghese, che era riuscita a convertire alcuni importanti signori feudali agevolando così i rapporti tra i due regni. In Shogun, il marinaio britannico John Blackthorne forza il blocco navale portoghese ma malauguratamente naufraga, insieme alla sua nave ed alla sua ciurma, sulle coste del Giappone; qui viene catturato dai vassalli del signore feudale Toranaga. L’obiettivo del lupo di mare inglese è quello di aprire un nuovo accordo commerciale tra Giappone e Inghilterra; purtroppo però si ritrova, suo malgrado, nel bel mezzo di una battaglia senza quartiere per l’ambitissimo titolo di Shogun.

La serie TV affonda ferocemente i denti nella storia giapponese riuscendo a trasportare lo spettatore in un mondo basato sulla cultura dell’onore, cultura indubbiamente affascinante ma anche molto particolare e spesso incomprensibile per noi occidentali. C’è però una particolarità alquanto peculiare in questa serie che è stata voluta fortemente dai due showrunner Rachel Kondo e Justin Marks: pur essendo una serie statunitense, Shogun è stata girata quasi interamente in giapponese. Anche la versione distribuita in Italia mantiene questa incredibile particolarità, creando così un contrasto netto tra i personaggi che parlano solo giapponese e quei pochi che invece sono stati doppiati.

 

 

Dieci intere puntate quasi totalmente sottotitolate che durano circa un’ora l’una possono sembrare una scelta folle; in aggiunta a questo la storia non è per niente semplice da seguire a causa delle complicate macchinazioni celate dietro ogni singolo gesto della complessa etichetta orientale. A primo impatto quindi Shogun sembra davvero faticoso e stancante, però ci sono indubbiamente dei vantaggi in questa scelta che si possono apprezzare solo seguendo lo scorrere degli episodi.

Il primo vantaggio è indubbiamente dato dalla musicalità della lingua giapponese che si sposa perfettamente con i gesti misurati, con i maniacali rituali, con il ferreo onore e con gli effimeri haiku (la poesia breve nipponica). Proprio per evitare di dover arrancare costantemente dietro al complicato problema di far capire chi parla quale lingua, di chi traduce a chi, e di come i vari personaggi si rivolgono a Blackthorne e agli altri stranieri, la produzione ha scelto questa rischiosa strada di mantenere il giapponese come lingua principale della serie TV.

Per chi conosce ed ama il mondo feudale giapponese, l’esperienza che Shogun propone è sicuramente tra le più intense e ben realizzate; invece, per tutti coloro che affrontano per la prima volta un’opera in lingua giapponese, leggere i sottotitoli e seguire le vicende può risultare anche molto estenuante. Le storie narrate sono intrecciate davvero molto bene, ma in fin dei conti non sono poi così particolarmente complesse a patto di seguire con una certa attenzione le vicende.

 

 

Quello che invece rende tutto più ostico ed alieno è il modo in cui la cultura dell’onore muova ogni cosa. Sia per noi occidentali moderni che per Blackthorne, le scelte della maggior parte degli uomini e delle donne giapponesi sono inconcepibili e quasi inaccettabili. Questa cultura così estranea però è anche estremamente affascinante e pregna di emozioni contrastanti che incuriosiscono e conquistano lo spettatore. Ovviamente non guasta il fatto che Shogun sia un prodotto crudo, con una buona dose di brutalità e realismo storico, che non disdegna di descrivere sanguinosi combattimenti ma anche pratiche sessuali in voga nel periodo storico in questione.

La resa visiva di questa serie TV è ai livelli dei colossal cinematografici più importanti. L’uso della grafica computerizzata è ampio, ma è stato costantemente sottoposto alla revisione feroce dei sei registi che hanno lavorato alla realizzazione di questa produzione e che hanno fatto di tutto per rimanere più vicini possibili alla veridicità storica; in particolare per ambienti e costumi. Le prove attoriali di tutto il cast sono davvero importanti; in particolare Hiroyuki Sanada, che interpreta Yoshii Toranaga, e Anna Sawai, che interpreta Toda Mariko, dipingono un quadro meraviglioso dell’obbligo imposto dalla cultura di quel tempo tra il signore feudale ed i suoi servitori. Anche le colonne sonore sono state scelte alla perfezione per sostenere il patos e l’enfasi di tutta questa miniserie.

Shogun è una serie faticosa, ma allo stesso tempo è affascinante, esotica, visivamente molto bella, narrativamente ben concepita e totalmente lontana dalla nostra cultura occidentale. Queste probabilmente sono le caratteristiche che possono conquistare i coraggiosi che non si fanno abbattere dalla complessità di seguire una serie praticamente tutta sottotitolata. È indubbio che un prodotto del genere non sia adatto a tutti, ma se avete intenzione di vivere un’esperienza diversa dal solito, il mio suggerimento è quello di non fermarvi alle prime difficoltà date dalla lingua sconosciuta e dalla montagna di sottotitoli che passeranno sullo schermo, perché potreste perdere davvero una bellissima storia.

Shogun, 2023
Voto: 7.5
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