Chernobyl: la recensione

Chernobyl colma un colpevole vuoto vecchio di trent’anni, e anche se si concede alcune liberta’ storiche risulta essere una miniserie dall’indiscutibile valore.

 

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26 Aprile 1986. E’ questa la data impressa nella mente di una generazione, la mia, che ha visto la propria adolescenza convivere con l’incubo atomico. La guerra fredda era ancora nel suo pieno, ma e’ da quel giorno che l’Europa capi’ esattamente cosa volesse dire vivere un’emergenza nucleare.

Chi come me ha vissuto in prima persona quei giorni ricordera’ l’apprensione con cui seguivamo l’evolversi dell’emergenza, di come eravamo attentissimi alle previsioni meteo che indicavano dove i venti avrebbero portato le particelle radioattive, fino alla disperazione nel capire che la nube avrebbe superato le Alpi e ci avrebbe portato in casa il veleno nucleare, colpendo soprattutto il nord ma anche il centro Italia. E che per settimane le verdure furono rimosse dai banchi dei mercati, poi sostituite con quelle surgelate o provenienti da paesi non colpiti dalle nubi nucleari; che il latte fu bandito per qualche tempo, e che grande enfasi fu posta sulle rilevazioni strumentali nel periodo successivo, anche se i media cercavano di minimizzare, ovviamente imbeccati dagli organi competenti.

 

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Chi ci segue sa quanto abbiamo a cuore la tematica, tanto da parlarne in numerose recensioni (Stalker il videogioco ed il film, Metro 2033 e Last Light, Il Ciclista di Chernobyl, The Chernobyl Woodpecker). Finalmente abbiamo fra le mani una produzione cinematografica che ricostruisce i momenti di quella terribile sera ed i terrificanti momenti successivi. Ci sono voluti 30 anni, ma alla fine ci siamo.

Chernobyl racconta la storia dell’incidente nucleare a partire dalle ore immediatamente precedenti l’evento, raccontandoci delle vite delle persone coinvolte; lo fa seguendo i canoni delle serie televisive, dove la centralita’ e’ assunta dai protagonisti piu’ che dalla storia. Il risultato e’ comunque molto buono, pur concedendo alcune licenze e invenzioni che non trovano riscontro storico – un esempio e’ la presenza dello scienziato bielorusso interpretato da Emily Watson, che in realta’ rappresenterebbe l’intera comunita’ scientifica dell’ex-Unione Sovietica, o i tre volontari che avrebbero aperto le pompe sotto la centrale (fatto mai confermato).

La serie e’ bellissima. I luoghi sono ricreati perfettamente, il regista Johan Renck e’ molto abile nel far crescere la tensione nei modi e nei momenti giusti, tenendo il ritmo costantemente alto anche in quei momenti in cui si potrebbe rischiare una pausa soporifera; infatti dagli incalzanti accadimenti dei primi giorni si passa a sbalzi di settimane, poi di mesi, e qui il rischio di abbassare la tensione era forte. Il risultato invece e’ piu’ che ottimo, con la sequenza di eventi ben cadenzato e che mantiene costantemente una atmosfera opprimente come e’ giusto che sia.

 

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La parte del leone la fanno Jared Harris, finora comprimario in film nemmeno troppo famosi, e  Stellan Skarsgard (Will Hunting, Ronin, City of Ghosts, Dogville) oltre alla gia’ citata Emily Watson ed a Paul Ritter. Insieme ad uno stuolo di altri attori piu’ che discreti costituiscono lo strumento attraverso il quale la storia, sviluppata in modo robusto e lineare, si dipana ai nostri occhi e permette di immergerci nella drammaticita’ di quei momenti.

E’ una serie che al di la’ delle riscostruzioni sceniche non fa granche’ uso di effetti speciali; sia perche’ non ce n’e’ bisogno, sia perche’ l’abuso avrebbe allontanato quel senso di credibilita’ che pervade questa produzione.
La fotografia e’ perfetta, capace di attirare l’attenzione su quei dettagli che il regista ritiene fondamentali; e un plauso va ai colori, al modo in cui sono girate le sequenze piu’ dinamiche, alla cura posta nella realizzazione delle inquadrature. Dietro c’e’ molto lavoro, e si vede.

 

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Chernobyl e’ una serie ottima, che puo’ essere usata anche come veicolo divulgativo per le generazioni piu’ giovani (ricordando che non tutto il girato corrisponde a verita’ storica). L’unica nota stonata e’ una certa mancanza di attenzione per i liquidatori, quell’esercito di coercizzati che furono trasportati a rimuovere manualmente i detriti altamente radioattivi, e per la zona e la popolazione colpita, che sparisce dai riflettori dopo le prime puntate.

Prima di concludere, una curiosita’: il regista Johan Renck e’ anche noto come Stakka Bo, ed ha realizzato un paio di dischi pop a meta’ degli anni ’90 (fantastico il folle video di Here We Go, che veniva trasmesso dalla compianta Videomusic).

 

Chernobyl, 2019
Voto: 8.5
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