Six Days In Fallujah: prime impressioni

L’FPS dedicato alla battaglia più sanguinosa della campagna irachena è da poco disponibile in early access ed è innegabilmente brutale e spietato.

 

 

Six Days In Fallujah è uno di quei titoli che prova ad andare controcorrente e per questo rischia di pagarne le conseguenze. In un periodo all’insegna del politically correct e dell’attacco a testa bassa ai valori tradizionali del mondo occidentale, presentare un videogioco dove si dice un’ovvio scomodo, ovvero che l’ISIS è il male, rischia di scatenare ingiustificate antipatie.
Prima di vedere la luce, Six Days In Fallujah ha faticato non poco prima di trovare un publisher disposto a finanziarne lo sviluppo; e allo stesso tempo è stato oggetto di critiche da parte di una certa stampa di settore proprio per il fatto di non essere un videogioco infiocchettato e dalla parte dei soliti noti. Six Days In Fallujah è in sostanza un atto di amore verso i soldati che hanno preso parte alla più difficile battaglia della campagna contro l’ISIS in Iraq, ed un promettentissimo FPS tattico.

 

 

Le premesse di Six Days In Fallujah sono chiarissime: un rispetto verso la realtà delle dinamiche degli scontri di quei giorni, un avversario assolutamente ostico da affrontare ed un ambiente di combattimento impervio e già di per sé irto di ostacoli e di protezione per i difensori. La nostra squadra dovrà affrontare missioni dinamiche e generate proceduralmente per snidare il nemico e tornare a casa vivi.

 




 

Diciamolo subito: anche se la cosa è tecnicamente possibile, la realtà è che è impensabile di giocare Six Days In Fallujah da soli: i guerriglieri dell’ISIS sono gestiti da una AI capace di sfruttare al meglio le tattiche di combattimento e di coglierci costantemente impreparati. Da soli è impossibile coprire i fianchi, o sopprimere e attaccare di lato, o ancora effettuare un’irruzione con qualcuno che ci copra; e proprio per questo è fondamentale lavorare in squadra.

 

 

Il gioco è studiato per essere affrontato da un gruppo tattico di quattro giocatori (al momento necessariamente umani, ma i bot alla Left 4 Dead sono in arrivo) che, coordinandosi, possa tener testa ai nemici, trincerati dentro case diroccate o in grado di spararci da punti elevati lontani.

La sensazione che si prova giocando a Six Days In Fallujah è quella di essere un bersaglio in movimento, di essere costantemente appesi ad un filo, di poter essere colpiti da un istante all’altro. Di tutti i videogiochi che abbia mai testato nel corso degli anni, Six Days In Fallujah sembra essere il migliore nel trasferire su schermo quella sensazione di precarietà ed impotenza che un soldato al fronte può provare, specialmente quando opera in un territorio urbano ostile.

 

 

Al di là di alcune scelte più orientate ad un pubblico meno esigente (ad esempio il fatto di potersi curare dalle ferite senza conseguenze se ci si nasconde qualche secondo dal tiro nemico), Six Days In Fallujah si pone come un FPS quasi milsim grazie alla necessità di ragionare sullo scontro, di evitare un approccio a testa bassa, ed alla velocità di movimento che lo pone lontanissimo da titoli alla Battlefield ma anche da Squad.

Sicuramente Six Days In Fallujah necessita di essere raffinato in alcuni aspetti del gioco (dalla gestione del mirino quando si torna in puntamento a certi elementi che appaiono a schermo e che rovinano l’immersione nell’ambiente di gioco), ma il titolo è in una fase iniziale di early access e può solo migliorare.

 

 

Six Days In Fallujah può essere un titolo in grado di scuotere il mondo degli FPS tattici; quanto dimostrato finora è sicuramente positivo.

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