Cosa succede quando un’idea geniale viene tirata troppo a lungo? Squid Game 3 ha la risposta: il calamaro, stavolta, è davvero andato a male.

Come spesso accade dopo tre giorni il pesce puzza e, nel caso di Squid Game, dopo tre stagioni la metafora diventa fin troppo calzante. La prima annata ci aveva sorpresi come una boccata d’aria fresca, con idee forti, un’estetica memorabile e una critica sociale che, pur non originalissima, colpiva nel segno. Poi è arrivata la seconda stagione, viscida come un calamaro crudo lasciato al sole: piena di rancori, giochi riciclati e personaggi sempre più caricaturali. E infine, eccoci alla terza. Una stagione che, purtroppo, puzza di calamaro marcio da cima a fondo.
La nuova tornata di episodi ci riconsegna un Gi-hun trasformato dal dolore e dalla sete di vendetta. Ha passato due anni a prepararsi per infiltrarsi di nuovo nel gioco con l’intento di smascherarlo e distruggerlo dall’interno. Peccato che questa preparazione, tanto enfatizzata nella stagione precedente, si riveli del tutto inconsistente: non ha un piano, non ha alleati all’interno che lo possono sostenere e non ha risorse; ha solo la sua ostinazione.
Quando finalmente si presenta l’occasione di intervenire, la coglie al volo, coinvolgendo alcuni partecipanti più o meno ignari. Da lì in poi, però, la storia prende una piega estremamente prevedibile, come se gli sceneggiatori si fossero dati il compito di evitare qualsiasi rischio narrativo. La sensazione è quella di assistere a una partita già decisa in partenza, in cui ogni svolta è intuibile con un certo anticipo. E dire che non mancavano temi potenzialmente stimolanti: l’etica del sacrificio, il senso della giustizia personale, la degenerazione del sistema. Tutti elementi che rimangono sullo sfondo, sfiorati appena e mai approfonditi davvero.
Il gruppo di comprimari che ruota intorno al protagonista è funzionale alla narrazione quanto un utensile monouso. Hanno tutti un ruolo ben preciso, uno scopo quasi dichiarato, e una volta esaurita la loro funzione vengono eliminati nel senso più letterale del termine. Questa meccanica, ripetuta puntualmente per ogni personaggio, finisce per azzerare qualsiasi tensione emotiva: non ci si affeziona a nessuno, non si teme davvero per nessuno, e soprattutto non si resta mai sorpresi. Tutto fila via come su binari arrugginiti.

Come da tradizione della serie, Squid Game cerca anche stavolta di scavare nel marciume dell’animo umano; e in parte ci riesce, ma lo fa affidandosi a figure che definire “troglodite” sarebbe quasi un complimento. Thanos, uno dei partecipanti al gioco, ha aperto a una possibilità che fino ad ora era stata sfruttata poco, quella di uccidere per il solo gusto di farlo. Il suo personaggio, drogato e folle, poteva essere un’eccezione narrativa interessante, una mina impazzita che spariglia le carte. E invece diventa la norma.
Quasi tutti i comprimari iniziano a eliminare gli avversari con una naturalezza quasi surreale, senza la minima remora o esitazione. I giochi che vengono proposti in questa terza stagione aiutano tantissimo questa meccanica fino ad adottarla come regola principale. Una deriva narrativa che, più che scioccare, banalizza. Esagerare non significa sorprendere, e ripetere all’infinito la stessa dinamica uccide ogni possibilità di variazione e profondità.
Quanto al gruppo esterno di mercenari e scagnozzi al seguito dell’ex detective Hwang Jun-ho, è del tutto inutile: funge solo da pretesto per introdurre l’unico personaggio comico della serie, Choi Woo-seok, che almeno spezza la tensione e regala qualche sorriso.

Dal punto di vista tecnico, gli effetti speciali fanno il loro dovere: curati, mai invasivi, coerenti con lo stile ormai riconoscibile della serie. Le musiche accompagnano bene le scene più drammatiche o tese, ma restano sullo sfondo, senza mai osare davvero.
Il finale della stagione lascia intravedere un possibile sequel ambientato negli Stati Uniti; ad essere sinceri, non so se augurarmi che venga realizzato o meno. Gli americani tendono a estremizzare ogni concetto, a trasformare tutto esagerandone ogni aspetto, e se già i coreani sono riusciti a spremere oltre il dovuto un’intuizione che nella prima stagione aveva brillato, non oso immaginare cosa potrebbe venirne fuori con una produzione curata interamente negli USA.
In conclusione, questa terza stagione di Squid Game non è all’altezza della prima, né rappresenta una degna chiusura della seconda, che già mostrava crepe evidenti. Sembra il tentativo stanco di portare avanti un discorso ormai esaurito, scegliendo la strada più facile e ripetitiva. Speriamo solo che gli errori non si moltiplichino oltreoceano, e che questo calamaro, ormai decisamente avariato, venga finalmente lasciato riposare in pace.









