Storia del nucleare in Italia – terza ed ultima parte

Incidenti nucleari e rifiuti: l’eredità che ci troviamo anche se smettiamo di usare il nucleare ora ci accompagnerà per anni. Si poteva e doveva prevedere?

 

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Riprendiamo dal secondo quesito posto nell’articolo precedente e visto che il referendum del 2011 ha messo definitivamente la parola fine alla presenza di reattori nucleari sul nostro territorio, cerchiamo di capire se siamo al riparo da una catastrofe nucleare come purtroppo già accaduto in passato nel mondo.

Sicuramente il rischio più grande derivante dalla perdita di controllo nella gestione di un reattore è la fusione del nocciolo, che come nel caso di Chernobyl può arrivare all’esplosione del reattore.
La conseguenza può essere un rilascio di radionuclidi nell’aria estremamente importante. Questo accadde nella tristemente nota centrale perché i reattori del tipo RBMK di prima generazione (10 purtroppo ancora attivi in Russia), erano stati concepiti anche per la produzione di plutonio per uso militare, ed alcuni non hanno edificio di contenimento; questo desta non poche preoccupazioni, basti pensare che quello di Smolensk è autorizzato a funzionare fino al 2050.
In teoria già dalla II° generazione di reattori (la quasi totalità di quelli attivi) l’edificio soprastante serve a contenere proprio eventuali incidenti affinchè restino contenuti appunto all’interno della centrale.

Quindi sicuramente l’aver disattivato i reattori ci ripara da un disastro grave, ma la vicinanza ad esempio con la Francia o la Svizzera non esclude completamente questa eventualità, anche perché in caso di eventi gravi il fallout radioattivo può coprire centinaia se non migliaia di chilometri.
Certo nel caso di incidenti minori dove localmente si possono avere anche contaminazioni gravi (perdite di gas o liquidi in alcune parti dell’impianto) è sicuramente un evento se non completamente eliminato (in seguito vedremo perché) almeno fortemente ridotto.

E le nostre centrali? Veramente da noi non è mai accaduto nulla di grave? Non è completamente vero.

 

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A Latina si venne a conoscenza soltanto 16 anni dopo la chiusura di un importante innalzamento della temperatura del reattore (evento simile a Fukushima); il calore generatosi provocò la fusione parziale della sfera di contenimento e solo il tempestivo intervento dei tecnici scongiurò la perdita di controllo totale. Tre degli addetti intervenuti morirono pochi anni dopo di tumore alla tiroide. O ancora sempre nel 1985 durante le operazioni di pulizia delle tubazioni di raffreddamento vi fu una fuoriuscita di una nube di solvente che intossicò gravemente 46 addetti. (fonte Panorama – E.Frittoli)

Anche quella di Sessa Aurunca ebbe le sue difficoltà, fatte di presunte contaminazioni del territorio circostante e delle falde acquifere, con nascita di animali con gravi malformazioni negli allevamenti limitrofi. Qui le continue proteste degli abitanti della zona e gli elevati costi di ripristino dopo il fermo conseguente ad un problema tecnico decretarono la definitiva chiusura dell’impianto nel marzo del 1982.

Infine il quesito più importante: abbiamo spento i reattori, da molto, ma le centrali? Non c’è più nulla?

Assolutamente no. Le centrali sono state disattivate e messe in sicurezza, il combustile – ossia l’elemento più pericoloso – è stato completamente allontanato dall’Italia, 1850 tonnellate che sono state inviate in Francia e Gran Bretagna per il riprocessamento. Questo complesso procedimento consente di trattare il combustibile irraggiato e permette di recuperare il materiale fissile, uranio e plutonio, generando però a sua volta dei rifiuti: residui vetrificati (ovvero inglobati in una speciale malta di vetro e principalmente prodotti di fissione) o residui compattati (ovvero solidi ad alta attività a seguito di una forte riduzione di volume mediante schiacciamento).
Inoltre dopo questo processo per effetto dei contenitori utilizzati quello che tornerà in Italia (perché, pensavate che che se li tenessero loro?) sarà di circa 100 volte superiore a quello originario.

Ovviamente questi rifiuti non sono inerti, vanno stoccati e conservati in appositi contenitori ed adeguati siti, addirittura in pozzi con ventilazione forzata per la rimozione del calore prodotto, ed è bene ricordarsi che nessun contenitore, nessun deposito, nessun sistema è mai eterno e soprattutto esente da manutenzione. Soprattutto in un paese a rischio sismico piuttosto elevato come il nostro.

 

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Da ormai oltre vent’anni si è delineata la necessità di realizzare uno Deposito Unico Nazionale per lo stoccaggio, opera che dovrebbe costare la modica cifra di 1,5 miliardi di euro; dovrebbe essere completata per il 2025, anno in cui ci verrà restituita questa ingombrante eredità. Di fatto, ad oggi, non è stata neanche individuata l’area in cui dovrebbe sorgere il deposito.

Vedete quanti rischi e quanti costi? Però almeno possiamo dire di non avere rifiuti radioattivi in Italia! Anche questo è un dato inesatto; a dire il vero il combustile rimasto ancora da noi ammonta a “sole” 15 tonnellate, e comunque nel nostro paese sono ancora stoccati circa 30000 metri cubi di scorie a bassa e media attività.
Se per quelle a bassa attività (purtroppo la minoranza, circa 5000 metri cubi) il tempo in cui perderanno la loro pericolosità è 40/50 anni, per quelle a media attività si parla di circa 300 anni (fonte ISIN).

Ma allora a che punto siamo con le nostre 4 (ex) centrali elettronucleari?

Allo stato attuale, lo smantellamento iniziato alla fine degli anni 80 a seguito del referendum, è tutt’altro che completato.
A Latina, per il raggiungimento della fase 1 chiamata Brownfield (sì esatto, prato marrone, che non è propriamente una bella immagine) bisognerà attendere fino al 2027. Ah, quindi nel 2027 ci sarà un prato anche se marrone? Macchè!! Per quella data è previsto l’abbassamento dell’edificio del reattore dai 53 metri attuali a 38.
Dopodichè dovrà iniziare la fase 2 che prevede lo smantellamento del reattore a grafite, per il quale stiamo ancora sviluppando la tecnologia insieme ai francesi, dato che siamo i primi al mondo ad affrontare questa attività.

 

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Sì, avete capito bene, verrà ridotto solo una parte della edificio, quella che mantiene la protezione fintanto che non verrà completato il deposito nazionale, altrimenti la procedura non potrà andare avanti per l’impossibilità di stoccare i rifiuti. E questo è solo uno dei 9 siti nucleari in Italia, perché non ci sono solo le centrali ma anche i laboratori e gli istituti di ricerca.

Sorte analoga per la centrale del Garigliano, che dovrebbe completare la fase 1 entro il 2026, e per quelle di Trino Vercellese e Caorso si parla addirittura del 2031. E nonostante il rincaro recente di spese che porta il costo dell’eliminazione dal nostro paese di ciò che rimane a 7,2 miliardi di euro, cifra stimata che raramente non è raddoppiata in Italia sulle opere pubbliche, per vedere tornare quei siti a prati verdi dove magari portare a spasso il cane quanto dovremo aspettare?

Nel mondo ci sono 436 centrali nucleari attive e altre 63 sono in costruzione, la vita media operativa di un reattore di III° generazione oscilla tra i 40 ed i 60 anni. Io credo che l’eredità che stiamo lasciando ai nostri figli costerà molto ma molto di più dell’energia prodotta in qualsiasi altro modo.

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