Ali D’Argento, il Giappone moderno

Il Giappone di quegli anni lo possiamo ritrovare nelle pagine del manga Ali D’Argento, ma anche in altri lavori come Mademoiselle Anne.

 

 

Spesso si taccia il fumetto giapponese di infantilismo: robot, mostri, grandi occhi ed espressioni “assurde”. Si tratta di uno dei tanti vizi nazionali, dato che né i fumetti, né l’animazione giapponese sono di esclusiva pertinenza dell’infanzia (anzi è più spesso vero il contrario), ma costituiscono piuttosto forme espressive artistiche ormai mature e capaci di trattare temi “seri” o anche tragici, come è il caso di Ali D’Argento un manga di Ayumi Tachihara edito nel 1997.

Ayumi Tachihara è un autore sconosciuto in Italia: le case editrici nostrane, a parte la mai troppo rimpianta Granata Press, devono necessariamente puntare su dei blockbuster per mantenersi a galla economicamente. Questo non impedisce ad Ali D’Argento di toccare vette di eccellenza, se non per la grafica, che segue comunque uno stile molto personale e si adatta perfettamente al caso specifico, sicuramente per la qualità della sceneggiatura e per le modalità espressive del dramma che vuole narrarci. Le Ali D’Argento sono infatti quelle, materialmente intese, degli aerei dell’Aeronautica Imperiale Giapponese mandati al suicidio negli ultimi giorni del secondo conflitto mondiale.

Le “Tokko”, abbreviazione di Tokubetsu Kohgeki Tai, ossia squadre d’attacco speciale, costituirono l’estrema espressione del militarismo che aveva contraddistinto la classe dirigente, causa della rovina del Paese. Per comprendere la particolarissima mentalità di questo popolo occorre brevemente ricordarne la storia moderna.

Il Giappone moderno è passato, in poco meno di mezzo secolo, da una condizione feudale – nella quale il potere politico era in mano allo Shogun ed al suo “governo della tenda” (il governo militare che si conduceva dalla tenda del comandante) mentre l’Imperatore, chiuso nei suoi palazzi a Kyoto, conservava una funzione puramente simbolica – ad una modernizzazione forzata ed introdotta dall’alto. Va da sé che molti dei nobili feudali e dei samurai che alla fine del XIX secolo abbracciarono la causa della modernizzazione ruppero l’isolazionismo voluto dagli Shogun e posero le basi del Giappone odierno; si trasformarono in ufficiali del nuovo esercito imperiale, mantenendo ruoli chiave nella determinazione della politica nazionale.

 

 

Il Giappone di quegli anni, che troviamo abilmente ritratto in un altro famoso manga, Passa La Ragazza Alla Moda (Haikarasan Ga Toru) noto in Italia come Mademoiselle Anne, era impegnato a colmare il gap con i paesi colonialisti europei in termini militari, industriali e tecnologici. Anche in quest’epoca di tumultuosi sviluppi i giapponesi mantennero il loro tradizionale atteggiamento pragmatico e sincretistico: adottarono nelle forme, spesso più che nella sostanza, le conquiste, gli usi, il diritto di altri popoli per portarsi al loro livello, non importa quale ne fosse l’origine – prussiana, francese o anglosassone.

Il risultato di questo processo è noto: nel Paese, impegnato sin dai primi del ‘900 in un’aggressiva politica coloniale nei confronti delle nazioni asiatiche che si affacciavano sul Mar del Giappone e della Cina stessa, prevalse il potere della casta politico militare che aveva indossato le uniformi di foggia occidentale al posto del Kimono da samurai, ma aveva mantenuto la propria formazione culturale basata sul confucianesimo e sul concetto di “onore”. Così fu facile, anche se il Giappone degli anni ’30 non può definirsi un regime totalitario o fascista – concetti occidentali inadatti a descrivere quella situazione – “inquadrare” la popolazione sulle note dell’orgoglio nazionale, dell’autorità divina dell’imperatore e dell’espansionismo militaristico a danno dei vicini.

Il forte condizionamento psicologico e culturale spinse perciò molti giovani e giovanissimi ad abbracciare la causa delle “Tokko”, a scegliere la morte per dare (era questa la speranza delle alte gerarchie militari) un minimo spazio negoziale al Giappone nell’ormai inevitabile trattato di resa con le potenze alleate.

Così anche Daisuke Shibusawa, il protagonista di Ali D’Argento, chiamato alla scelta volontaria di suicidarsi, compie quel passo avanti che ha significato “il nostro inizio” e “la nostra fine”. Una volontarietà solo formale, e non perché in qualche modo gli ufficiali costringano al suicidio i piloti. La mentalità e l’indottrinamento sono tali che, sono parole di Daisuke, “è stata una decisione che abbiamo preso in un attimo, come se avessimo delle macchine dentro di noi e quelle macchine fossero scattate simultaneamente”.

 

 

Delle macchine: le anime degli uomini sono dunque come meccanismi all’inizio della storia, ed in particolare quella di Daisuke, stordita dai condizionamenti, si limita ad obbedire, a “conformarsi” per il bene del Paese (il che è tipicamente giapponese). Tuttavia l’istinto di sopravvivenza, la forza più antica e profonda dell’animale uomo, non può essere messo a tacere così facilmente: in un giapponese dell’epoca non si arrivava alla fuga, al “disonore”, ma a discutere, almeno con se stessi, il perché “l’ho fatto” ed il “per chi”. Motivare il proprio suicidio: un qualcosa che un occidentale stenterebbe a comprendere ancor prima di porsi il problema delle motivazioni.

E la storia di Ali D’Argento è proprio questa: dare un senso ad una morte inutile, ad una vita inquadrata, vissuta sulle decisioni di altri, ossia non vissuta. Se vivi da servo, almeno muori da uomo: un uomo può sacrificarsi anche per proteggere i propri cari. Questo sembra pensare Daisuke, mentre si avvia verso il suo ultimo volo.

“Madre, neanch’io vi dico addio, adesso ho solo parole di ringraziamento”.

Tokko: Il più noto appellativo di “Kami Kaze” ossia “Vento divino”, dove Kaze (Kazè) è “vento” e “Kami” è divino, deriva dal nome di una di queste “Tokko”, che si ispirava al nome attribuito anticamente ad una tempesta che sbaragliò la flotta cinese che si apprestava all’invasione del Giappone.

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