Con #Alive la Corea Del Sud propone un altro film di zombi dalle influenze asiatiche; il risultato finale è appena passabile nonostante alcuni discreti passaggi.

Negli ultimi anni, alcuni aspetti della Corea Del Sud stanno riempiendo un certo vuoto creatosi nel mondo occidentale. È il caso dei gruppi musicali K-Pop e dei film horror di zombi, che sono in effetti entrambi elementi di ritorno: si tratta di cose “importate” dalla cultura occidentale, rimasticate e rielaborate con un velo di mentalità coreana e poi riproposteci sotto forma di produzioni esotiche ma tutto sommato molto, molto vicine a noi.
Come nel caso dell’altra produzione coreana Non Siamo Più Vivi (ed in quella dell’evitabilissimo Train To Busan – Peninsula), in #Alive gli zombi sono quelli che si trasformano in pochi minuti presentando incredibili spasmi muscolari, scatti corporei e scricchiolii di ossa, e che causano nello spettatore un indiscutibile disagio per quanto sia grottesca la cosa. Sono poi zombi che corrono; quelli che per primo ha messo in scena 28 Giorni Dopo, film dal quale #Alive ha preso diversi spunti.

La trama del film vede un ragazzo rimasto isolato nel suo appartamento di un complesso condominiale durante un’inspiegabile epidemia zombi, e che senza cibo e senza comunicazioni dall’esterno deve cavarsela da solo.
L’evoluzione della storia segue i classici canoni dei film di genere, ma sembra attingere direttamente dal già citato 28 Giorni Dopo e dall’iconico videogioco Left 4 Dead. Non mancano stereotipi di basso livello tipo il cattivone di turno che fa cose poco logiche a scapito degli altri o situazioni completamente irrealistiche (a parte gli zombi, intendo) tipo il sopravvivere senza cibo per oltre dieci giorni, ma ci sono anche spunti tutto sommato freschi o perlomeno diversi dal solito: ad esempio c’è un forte richiamo ai social e ai videogiochi, elemento centrale delle giovani generazioni contemporanee, ed una sorta di legame di amicizia a distanza (ancora una volta, sembra lo specchio dell’isolamento dei giovani contemporanei).
Le scene d’azione sono quelle che convincono meno a causa dell’improbabile abilità degli attori nel riuscire a tenere a bada masse di infetti e della loro capacità di colpirli con micidiale precisione. Anche se non scadono mai nel pacchiano, una certa superficialità con cui sono state ideate queste sequenze è palese. Ad ogni modo la cosa non stupisce troppo: l’intero #Alive è realizzato tenendo in mente un pubblico giovane e poco smaliziato, e quindi il tentativo di esaltare il pathos a discapito della credibilità è una scelta determinata; e sotto questo punto di vista, comprensibile.
La regia di Cho Il-Yung è adatta allo scopo: il ritmo è sempre buono e l’alternanza tra i momenti di dialogo e quelli di azione è ben gestita. Le scene di solitudine presentano interessanti momenti di riflessione, anche se il trasporto degli attori è estremamemente limitato (che sia un fattore culturale?).

L’attore protagonista Yoo Ah-In (Hellbound, Addio Alla Terra) e la coprotagonista Park Shin-Hye (Sysyphus) non lasciano una traccia particolarmente memorabile nel panorama della recitazione internazionale; specialmente Yoo Ah-In sembra non essere adeguatamente in grado di trasmettere il senso di paura, fame e isolamento che una persona nelle sue condizioni dovrebbe provare. Meglio, ma non benissimo, la sua spalla: il suo ruolo da sopravvissuta dura e risoluta perlomeno viene discretamente rispecchiato negli atteggiamenti.
#Alive è un di quei film che vivono al limite tra promozione e bocciatura. Non porta nulla di memorabile nel panorama dei film zombi, non innova realmente e non sempre si dimostra pienamente credibile; eppure vedendolo non si prova quella sensazione di star buttando via il tempo. #Alive è un film senza pretese che può essere visto, se piace il genere, per riempire una serata; basta non aspettarsi nulla di particolare.







