Blasphemous: la recensione

In un mondo dove la Divinità è atroce e la penitenza sembra l’unica ragione di esistere, serve qualcosa di più della fede per svelare la verità.

 

 

Una donna che si infligge una punizione corporale definitiva, divorata dalle colpe dei peccati e dal cui petto emerge infine una spada, e una distesa di corpi senza nome né volto, appartenuti ad altri penitenti che hanno condiviso lo stesso viaggio e la stessa sorte: da qui parte Blasphemous, titolo degli sviluppatori spagnoli The Game Kitchen pubblicato nel 2019 da Team 17 a seguito di una campagna di successo su Kickstarter.

È un inizio cruento, opprimente, come d’altronde è tutto il resto del gioco. Dove la grafica bidimensionale non mitiga, anzi amplifica, il senso di angoscia, si aggiunge una storia criptica e dalle tinte incredibilmente scure che getta nello sconforto il giocatore, e al tempo stesso lo trascina nel mondo di Cvstodia, tutto da conoscere in ogni suo angolo remoto.

 

 

Cvstodia, il mondo di Blasphemous, come già detto, è disegnato con una grafica a due dimensioni che spicca per la quantità di dettagli e la qualità delle animazioni, per la maggior parte consistenti in atti cruenti verso i nemici più disparati o di pietà verso creature contorte dall’atrocità di una religione che non sa regalare sorrisi ai propri adepti. Lo scopo del nostro viaggio, infatti, è di completare una penitenza che consiste nel raggiungere le più alte cariche ecclesiastiche ed affrontarle una ad una, fino a svelare i segreti più oscuri celati nell’anima stessa del creato; un viaggio dantesco, tra le sofferenze umane più disarmanti, con pochi alleati allucinanti nella forma e nei dialoghi.

 

 

Il nostro penitente ha come unici mezzi una spada, delle magie dall’efficacia limitata e varie reliquie in grado di fornirgli protezione contro l’inevitabile dipartita, che comunque avverrà quasi certamente: in quel momento, una scomunica esemplare lo colpirà, e dovrà abbandonare parte dei propri poteri in un punto dove potrà recuperarli ripartendo dall’ultimo altare visitato. Blasphemous somiglia molto a Dark Souls sotto questo aspetto, ma le principali fonti di ispirazione sono chiaramente i Castlevania usciti a cavallo fra i due millenni, tanto per la forte componente esplorativa quanto per l’accento sulle orde di nemici grotteschi e spaventosi da spazzar via.

 

 

Quello che fa la differenza fra questo ed altri titoli simili è l’ambientazione in generale: le creature ostili sono il frutto di punizioni divine e scomuniche, rendendo il viaggio una sorta di discesa senza sosta negli inferi passata affrontando vescovi mostruosi, minotauri armati di arpione e spiriti urlanti dalle movenze grottesche; e se l’orrore non bastasse, ogni nemico può essere giustiziato con una mossa particolarmente cruenta, che gli artisti non hanno voluto mitigare minimamente lasciando intatto ogni dettaglio anatomico dei malcapitati. Blasphemous non ha compromessi da questo punto di vista, e le persone particolarmente sensibili alla violenza cruda (specie se applicata su entità religiose) potrebbero non reggere la carneficina che gli si para davanti.

 

 

Tutti gli altri si godranno invece dei fondali mozzafiato, accompagnati da una regia degna dei migliori film d’azione, dei boss giganteschi caratterizzati da trovate allo stesso modo macabre e geniali (e blasfeme, ma questo il titolo del gioco lo mette già in chiaro), una colonna sonora richiamante il ‘600 spagnolo e una struttura di gioco classica ma ben fatta. Dato il tema centrale della sofferenza, è presente però un livello di difficoltà piuttosto alto e snervante, forse involontariamente calzante in questa ambientazione, ma di sicuro molto alto per il giocatore occasionale. Chi ama le sfide toste apprezzerà sicuramente la cattiveria dei nemici, e ancor di più le sfide extra da affrontare a gioco terminato, oltre alla presenza di più finali che aggiungono rigiocabilità.

 

 

Ma Blasphemous è bello soprattutto la prima volta, con tutto lo stupore che suscita ad ogni trovata stilistica, ad ogni panorama sterminato, ad ogni personaggio pazzesco che si incontra. I colpi di teatro sono ben posizionati, e raramente si gira a vuoto per il mondo senza una novità che faccia spalancare la bocca e mantenga incollati allo schermo, nonostante le enormi fatiche per arrivare fin lì. La durata complessiva è, a conti fatti, modesta, con una quindicina di ore da preventivare per completarlo senza curarsi troppo degli extra e delle missioni segrete. Quel tempo è però speso davvero bene, ancor di più nelle versioni più aggiornate disponibili negli store digitali, che ampliano la trama e introducono personaggi e nuovi boss.

 

Blasphemous, 2019
Voto: 8
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