Dream Team: la recensione

Dream Team non è il semplice racconto di un evento sportivo: è una narrazione epica di un fatto che non si ripeterà mai più.

 

 

La pallacanestro è uno degli sport più longevi; la prima partita olimpica di basket si giocò alle Olimpiadi di Berlino nel 1936, e non a caso la vinsero gli Stati Uniti, la nazione in cui questo sport fu inventato. Questa vittoria segnò un’eredità culturale che nella visione del mondo americana gli impone di essere sempre i migliori in questo sport; l’NBA è probabilmente la dimostrazione che sono riusciti pienamente nel loro intento di realizzare un’egemonia sportiva.

Dalla sua nascita, l’NBA è stata una lega molto autoreferenziale (e lo è ancora per molti versi), composta quasi nella sua totalità da giocatori americani e seguita praticamente solo da un pubblico americano; perciò le Olimpiadi sono sempre state il palcoscenico internazionale più prestigioso in cui mostrare la propria superiorità cestistica; a sottolineare poi il gap fra USA e resto del mondo c’era poi la composizione della squadra olimpica di basket americana, che comprendeva in modo piuttosto ostentato solo giovani giocatori universitari.

Le Olimpiadi di Seul 1988 segnarono un punto di svolta nella della storia della pallacanestro mondiale, dal momento che gli USA non vennero solo eliminati dall’URSS ma non arrivarono nemmeno secondi, riuscendo a conquistare solo il bronzo alle spalle della sorprendente e meravigliosa selezione olimpica jugoslava; per la prima volta nella storia delle olimpiadi l’egemonia cestistica mondiale aveva trovato il suo baricentro lontano dalle stelle e dalla strisce americane, riposizionandosi fra gli Urali e i Balcani.

 

 

La narrazione di Jack McCallum parte proprio da questo momento: dalla necessità degli USA di affermarsi alle Olimpiadi di Barcellona 1992 e di farlo nella maniera più convincente e roboante possibile, così da poter dissipare ogni dubbio e rilanciare il proprio appeal cestistico nel palcoscenico mondiale. Il Dream Team dunque non fu una mera costruzione di una squadra di basket, ma rappresentò la volontà americana (tipica dell’era post-Reagan e post-1989) di affermarsi come modello economico, sportivo, politico e sociale vincente, e per questo da imitare.

Jack McCallum è ampiamente capace di trasmettere la frenesia che scandì il tempo dal momento in cui nacque l’idea di creare una formazione composta dai migliori giocatori professionisti, fino a quello in cui quell’idea si materializzò a Portland, ritiro ufficiale pre-olimpico del Dream Team, e prima occasione in cui gli dei del basket americano calcarono tutti insieme lo stesso parquet con la stessa maglia indosso e con lo stesso obiettivo in mente.

 

 

Il racconto segue la linea temporale di quei mesi, interrompendosi di tanto in tanto per introdurre degli informali interludi postumi in cui l’autore analizza con i protagonisti del Dream Team alcune delle vicende che riguardarono la squadra: il caso di Isiah Thomas, la sieropositività di Magic Johnson, la pressione mediatica, il rapporto che c’era fra alcuni i giocatori e le meravigliose partite di allenamento che si disputarono a porte chiuse.

Il carattere di epicità che contraddistinse quella squadra e che trasuda dal racconto non è dato tanto dai nomi che composero quella squadra (Michael Jordan, Larry Bird, Magic Johnson, Charles Barkley, Patrick Ewing, Karl Malone, John Stockton, Clyde Drexler, Scottie Pippen, David Robinson, Chris Mullin e Christian Laettner) ma dalla comune percezione che quella situazione non si sarebbe più verificata; mai infatti si sarebbe ripetuta una tale concentrazione di talento all’interno di una singola squadra; un insieme di singolarità in grado di catalizzare anche da sole l’attenzione intera di un palazzetto.

 

 

Il racconto del Dream Team è il racconto del basket che raggiunge il suo punto più alto e della società americana che finalmente si sente rappresentata così come crede di essere: invincibile, carismatica e tremendamente offensiva.

 

Dream Team, 2012
Voto: 8,5
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