Hustle: la recensione

Prendete Jerry Maguire, mettetegli un paio di pantaloncini larghi e qualche chilo in più rispetto al tiratissimo Tom Cruise e buttatelo sul parquet: bingo!

 

Hustle recensione

 

Se anche voi amate il basket e le sue dinamiche manageriali meno note, è un buon periodo cinematografico. Da Starting Five a Rez Ball passando per Shooting Stars sulla vita da ragazzo di Lebron James, le opzioni sono diverse e tutte buone. La punta di diamante, però, è questo lavoro di Jeremiah Zagar dove spicca un grande Adam Sandler (uno che non ha bisogno di presentazioni) e ci sono alcune altre chicche.

La prima, più evidente, è che, come in un neo-realismo tutto americano, nel cast ci sono diversi giocatori reali di pallacanestro: il campione del mondo con la nazionale spagnola Juancho Hernangómez, il mostruoso (in senso fisico) Boban Marjanović e quell’Anthony Edwards che l’NBA ha imparato ad amare per il suo talento con la palla in mano e ad odiare per la spocchia con cui insulta chiunque incroci la sua strada.

Un’altra ottima idea di questo lungometraggio di centodiciassette minuti è la trama, che come anticipato in apertura muove i passi in modo analogo alla pellicola con Tom Cruise, ambientata però in quel caso nel mondo del football americano. Qui invece Stanley Sandler Sugerman è un ex giocatore di pallacanestro diventato osservatore per i Philadelphia 76ers; sfruttando indubbie doti di scouting raggiunge il posto di assistant coach, ma con l’improvvisa morte del presidente della squadra, il figlio Vince Merrick lo rimette in discussione e lo spedisce nuovamente alla ricerca di diamanti grezzi. In Spagna, casualmente, becca Bo Cruz, un ragazzo dal passato difficile ma con la stoffa del campione (definito nella pellicola “è come se Scotty Pippen e un lupo avessero avuto un figlio”). Riuscirà a piazzarlo in NBA e a riprendersi il posto che gli spetta nel team?

 

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La risposta si scopre minuto dopo minuto, dopo tanti colpi di scena e moltissime azioni di gioco a dir poco spettacolari. Ogni cosa è studiata per far godere il libidinoso di questo sport, con finezze di regia e coreografie sotto canestro degne di Carla Fracci. Troppo? No, non basta mai perché a stemperare il tutto c’è sempre la recitazione volutamente sgangherata di Adam Sandler che dosa alto e basso con perfetto senso del tempo. Il suo doppio mento bilancia i pettorali dei giocatori, la sua birra calda versata sulla maglietta oversize bilancia la perfezione dei tiri da tre. Qua sta la bellezza di Hustle, che tradotto significa “trambusto”… quel trambusto che arriva inevitabilmente nella vita di uno sfigato che sogna di diventare un asso dello sport che conta. Non spoileriamo il finale ma anticipiamo che, in un certo senso, non deluderà.

In un genere in cui spesso sangue e sudore vincono sulla storia, qui la bilancia s’inclina a favore di una frase che simboleggia la trama e la luce di cui brilla questo titolo: “l’ossessione vince sul talento”; un ottimo consiglio per tutte le persone normali che non si accontentano di esserlo e per chi sbatte troppo facilmente porte in faccia alla gente.

 

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Una piccola considerazione finale va fatta: ha indubbiamente giocato a favore di questo film sportivo il fatto che sia ambientato a Philadelphia., una città dove tutti noi siamo cresciuti a distanza fin dagli anni ottanta e dove tutti noi ci siamo allenati dai nostri comodi divani salendo la scalinata insieme a Rocky Balboa. Forse Adam Sandler non grida in modo scomposto il nome di Adriana, ma le botte le sa incassare bene come lo Stallone italiano e questo lo insegna al suo Bo nel mondo più credibile possibile (e anche agli spettatori).

Non vi resta che godervi un’isola felice in questo mare di tristezza cinematografica. A forza di nuotare nello schifo, terraferma si avvista.

 

Hustle, 2022
Voto: 8
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