Cinque stelle dell’NBA in campo e nella vita privata. Poteva andare male? No, e infatti la serie è un tiro da tre all’ultimo secondo.

Spacca, spacca e spacca questo lavoro del regista Peter J. Scalettar che viene da documentari sportivi di successo come Beckham ma che aggiunge ingredienti tutti suoi e un taglio corale più complesso. Raccontare un personaggio, infatti, è bello e interessante, ma anche meno impegnativo rispetto all’offrire allo spettatore una versione olistica di uno sport attraverso gli occhi e le vite di un quintetto di campioni. Un quintetto che sul parquet asfalterebbe la squadra di Satana: Lebron James dei Los Angeles Lakers, Jayson Tatum dei Boston Celtics, Jimmy Butler dei Miami Heat, Domantas Sabonis dei Sacramento Kings e Anthony Edwards dei Minnesota Timberwolves.
A voler fare i puntigliosi, ci sarebbe da capire perché mettere nel progetto Sabonis invece di uno Stephen Curry clamoroso, ma forse la risposta sta nel racconto del rapporto tra lui e il padre, anch’esso campione, che offre interessanti spunti sull’essere figli d’arte nel basket. Ma quel che è più stimolante è come lo show decida di seguire tutta un’intera stagione attraverso immagini inedite unite a quelle sportive. Piangi e ti gasi, ti gasi e piangi.
Si tratta di un racconto visivo estremamente intimo in cui vengono affrontate questioni meno note al grande pubblico come il continuo spostarsi per lavoro (questi atleti si sciroppano quasi 80 partite in un anno!) e la lontananza da casa e dai famigliari (concetto che viene ribadito praticamente da tutti e cinque i protagonisti ogni dieci minuti).
Vengono presentati anche momenti più frivoli, ma nel senso piacevole del termine: durante i 10 episodi della serie compare, per esempio, un Lebron James versione Beetlejuice per la festa di Halloween in famiglia, o un Sabonis travestito da gallina; c’è un Edwards invasato di Fortnite anche nel Giorno del Ringraziamento e un Butler drogato di mahjong cinese. Insomma, viene aperta una finestra sulla fragilità e sull’umanità di queste divinità moderne che si sbaciucchiano i loro “figghiuzzi” come farebbe la mamma di Fracchia La Belva Umana.

Quello che rende questo titolo qualcosa da guardare quanto prima è il fatto che i giocatori, forse per la prima volta, raccontano dei loro inizi, dei sacrifici fatti dalle rispettive famiglie per farli entrare nei college ma anche della paura di non sapere cosa fare una volta finita la propria carriera, nonché la cura continua e maniacale del proprio corpo; un Grande Fratello Vip dove però i vip ci stanno davvero e dove l’eventuale noia di certi momenti è subito spazzata via da immagini sportive uniche tra schiacciate, stoppate e bombe da tre che galvanizzerebbero anche una statua di sale.
Una chicca nella chicca, forse più da italiani che da americani, è vedere come vivono fuori dal campo queste leggende del basket e di come applichino nelle loro case quel dubbio gusto a stelle e strisce tipico degli americani: una grande fonte di intrattenimento sadico. Lungi da noi anticipare queste gioie; ci limitiamo solo a fare un esempio: uno dei cinque sportivi ha un barman in casa! Sì, avete letto bene… c’è un tizio che vive nel suo salotto per preparare cappuccini e vodka-lemon a comando. Chi è che non ce l’ha nel suo angusto monolocale?
Se da grandi poteri derivano grandi responsabilità, da una grande carriera deriva una grande serie tutta da vedere. Adesso attendiamo una seconda stagione, magari con Gigi La Trottola e Sansone.









