Il Baracchino: la recensione

Cosa resta della comicità quando le luci si spengono e il pubblico tace? Il Baracchino è una discesa satirica nei retroscena dello spettacolo.

 

 

Con Il Baracchino, Prime Video firma la sua prima produzione animata originale italiana, affidandosi allo studio Megadrago e alla produzione di Lucky Red. Una scommessa ambiziosa che punta tutto su una storia fuori dagli schemi e su un cast vocale d’eccezione: le voci dei protagonisti sono infatti quelle di noti comici e attori italiani come Lillo Petrolo, Frank Matano e Pietro Sermonti, affiancati da altri volti noti della scena comica italiana come Luca Ravenna, Michela Giraud, Stefano Rapone ed Edoardo Ferrario.

La serie è ambientata nell’omonimo locale, Il Baracchino, un tempo fiorente palcoscenico del cabaret ora caduto in disgrazia. Maurizio, il proprietario disilluso, è deciso a chiudere i battenti, ma Claudia, giovane idealista e nipote di una ex comica, tenta di riaccendere la fiamma del locale organizzando una serata aperta a tutti. Intorno a loro ruotano personaggi improbabili: un piccione tabagista, un alieno mimetizzato, un triceratopo punk e persino la Morte in persona; tutti aspiranti comici con sogni infranti e battute sbiadite.

Il Baracchino è quel genere di proposta in cui ci si aspetta di ridere dalla prima scena fino all’ultima, ed invece ci si ritrova coinvolti in una vicenda cruda e malinconica, in cui il divertimento è un pallido ricordo accantonato in un cantuccio umido e oscuro nei recessi della mente di aspiranti artisti sull’orlo del fallimento. Le risate sono ridotte all’osso e arrivano solo grazie alle situazioni surreali che i due autori Nicolò Cuccì e Salvo Di Paola propongono attraverso la loro trama; sono però risate dal gusto diverso, quasi forzate dalla voglia di trovare in questo racconto sulla comicità qualcosa di divertente che, in definitiva, manca fortemente. Eppure, questo racconto vive intensamente su questo contrasto tra aspettative e disillusione, e gioca con una satira spietata e volutamente negativa, che paradossalmente riesce ad affascinare.

 

 

Il Baracchino è, in definitiva, una storia priva di colore e come tale viene rappresentata anche visivamente, con la scelta rischiosa, ma azzeccatissima, di proporre quasi tutta la stagione in bianco e nero. L’atmosfera cupa e quasi deprimente che si crea con questa scelta cromatica si lega perfettamente alle vicende e alla caratterizzazione di questo gruppo di comici alla deriva, che cercano semplicemente un’approvazione di se stessi attraverso le loro esibizioni e la messa a nudo delle loro anime sole.

Tutta questa costruzione è sorretta da un intreccio principale legato a Maurizio, il proprietario del locale, e Claudia, la nipote di una ex comica che si esibiva regolarmente durante i tempi d’oro del Baracchino. Il loro rapporto è un sentiero di occasioni perse e parole mai dette, simile a un lastricato di cocci infranti, eppure, nel profondo, c’è una persona che non c’è più a legarli, quasi a creare un rapporto familiare tra di loro. Anche la loro relazione è malinconica e disillusa, con quel filo conduttore che farà venire alla mente dello spettatore almeno una vicenda di vita vissuta e dura realtà molto simile.

Il comico, i suoi monologhi e l’ambiente degli esordi vengono letteralmente presi a bastonate da questa serie, che però, riflettendoci a mente lucida, esagera volutamente alcuni aspetti che probabilmente sono molto più veri e reali di quanto uno possa immaginare. La tensione, la fatica nel trovare argomenti su cui far ridere, l’idea di dover cominciare da locali in cui una battuta sbagliata può rovinare l’umore di astanti ubriachi, che forse cercano solo un modo per dimenticare i propri problemi, è, di per sé, un pensiero terrificante.

 

 

Il ritmo narrativo non è serrato, ma il fatto che gli episodi durino al massimo un quarto d’ora e che in una serata si possa concludere l’intera visione della serie dà la percezione di un racconto agile. Tecnicamente, lo studio Megadrago si cimenta con tantissimi diversi stili di animazione, dal semplice disegno alla manipolazione di burattini, passando per lo stop motion; uno sfoggio di tecnica che da solo eleva il livello qualitativo di questa serie. La bravura dei doppiatori è innegabile: d’altronde, sono tutti nomi di rilievo nell’ambito del doppiaggio, della recitazione e della comicità. Insomma, non ci sono parti tecniche che prestano il fianco a una vera e propria critica.

Concludo questa recensione ponendomi la solita domanda che mi faccio alla fine di ogni mio articolo: questa è una serie che vale la pena di vedere? La risposta non è poi così scontata come potrebbe sembrare. Per prima cosa, un approccio sbagliato in cerca di risate facili può spegnere subito la curiosità di uno spettatore e portarlo ad abbandonare la visione dopo neanche un quarto d’ora. Come detto, è una serie cupa e intrisa di satira sul mondo dello spettacolo comico, ma è anche surreale e a volte non particolarmente immediata per chi parte dal pregiudizio che un cartone animato debba per forza essere semplice o privo di profondità.

Detto questo, Il Baracchino non è un racconto leggero, non è una narrazione comoda, lascia l’amaro in bocca e si presta a tantissime interpretazioni diverse. Affrontare questa serie con l’atteggiamento sbagliato lo condanna a un giudizio frettoloso e negativo, ma guardandolo nel modo giusto o ragionandoci sopra con lucidità, soprattutto per tecnica e contenuti, il giudizio non può che essere positivo. Io sono rimasto sorpreso: l’ho visto aspettandomi qualcosa di diverso e l’ho riesaminato a freddo trovando molto di più di quanto mi aspettassi. Il Baracchino è un prodotto rischioso ma ben realizzato, che non consiglierei a tutti, ma che potrebbe sorprendere se affrontato con il giusto stato d’animo.

Il Baracchino, 2025
Voto: 6.5
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