Il sequel del film premio Oscar Inside Out si è fatto attendere quasi 10 anni; come se la cava il secondo capitolo della serie?

Alla viglia dell’uscita di Inside Out 2, le aspettative erano alte per un film d’animazione che doveva essere in grado di attirare a sé una grande fetta del pubblico più adulto oltre alla consueta platea di piccoli a cui i film di questo tipo sono tendenzialmente destinati.
Inside Out 2 è certamente un film che supera i confini del canonico film d’animazione per bambini e si impone nel panorama cinematografico come un prodotto più complesso e strutturato, in grado si di animare il pomeriggio di un bambino ma anche di suscitare delle profonde riflessioni negli adulti e soprattutto negli adolescenti in sala; il film infatti non andrebbe concepito come un banale sequel cinematografico, ma piuttosto come la seconda parte di un percorso di crescita che parte dalla fanciullezza e arriva all’adolescenza di Riley, la protagonista.
L’adolescenza è un momento generalmente delicato per tutti vista la mole e la qualità dei cambiamenti che ci investono e che espongono le nostre fragilità, ma che iniziano anche a determinarci come individui; e proprio per questo è stata scelta come cardine del film ai fini narrativi.

Nel primo film troviamo “alla guida” della giovanissima protagonista le sole emozioni più semplici, sintomo di un età molto meno articolata sia dal punto di vista emotivo che da quella sociale, e per questo caratterizzate dalla presenza di emozioni istintive ed immediate come la rabbia, la tristezza o la gioia; nel secondo film invece la protagonista è cresciuta, e con lei è cresciuta la sua complessità fatta di esperienze, sensazioni e certezze che l’ha portata alla scoperta di nuove emozioni come la noia, l’imbarazzo e l’ansia.
La centralità del binomio “Gioia-Tristezza” che ha segnato il primo film lascia spazio ad “Ansia”, l’emozione centrale all’interno di questa narrazione, e che prende il controllo della protagonista con una gradualità sinistra che avvolge lo spettatore in una spirale di empatia nei confronti della giovane Riley (che altro non è che un’animazione simbolica dello spettatore stesso). L’ansia infatti inizialmente si presenta come un’emozione timida ma necessaria, in grado di guidare le scelte di Riley per il benessere futuro della stessa protagonista, ma nel corso del film si mostra per quello che è: un’arma a doppio taglio che se lasciata dominare può fagocitare non solo tutte le altre nostre emozioni, ma anche la nostre certezze.

La scena clou del film racchiude tutta la potenza che si nasconde dietro l’apparente semplicità di un prodotto d’animazione; ci si sente infatti completamente investiti da un’inquietudine che aumenta con il crescendo della scena e che culmina in un pianto liberatorio che avvolge la protagonista (e molto spesso gran parte della sala) e le lava via quello stato emotivo; il significato del film è tutto qui probabilmente, affrontare le proprie debolezze accettando coscientemente di essere individui fragili e densi di emozioni che non possiamo e non dobbiamo reprimere, ma che dobbiamo far collaborare reciprocamente.
Inside Out 2 non è solo un film: può essere la metafora che molte persone stavano cercando per far uscire allo scoperto e quindi affrontare le ombre più intime della propria personalità. E se questo dovesse causare tristezza, il film ci viene ancora in soccorso con un’affermazione di Gioia: “vieni Tristezza, dove vado io vieni tu”.









