La violenza giovanile? Frutto della distruzione dei valori

La mancanza di regole familiari e la demolizione di rispetto e giustizia sono i motivi alla base della follia di troppi giovani delinquenti fuori controllo.

 

 

Il caso, passato fin troppo silenzio, del ventunenne con disabilità motorie pestato a sangue a Sanremo da tre magrebini residenti in Francia è solo l’ultimo di una interminabile sequenza di casi di cronaca che negli ultimi mesi evidenziano quanto un’ampia fetta di under-21 vivano una realtà completamente avulsa dai principi basilari della società.

Che tra ragazzi e ragazzini si possa venire alle mani non è certo una novità. A tutti sarà capitato di avere qualche piccola zuffa ai tempi della scuola; ma quello che è cambiato rispetto al passato è la semplicità con cui si arriva a questi gesti, le motivazioni sempre più futili, l’impunità assicurata che incentiva a perseverare e su tutte l’intensità del gesto. Aggressioni a passanti, cazzotti sferrati alla nuca per gioco, risse a colpi di coltello, agguati e cacce all’uomo sono ormai la normalità in diverse zone del nostro Paese, dove le periferie scontano il prezzo più caro ma dove anche i paesini di provincia non sono immuni da questo fenomeno, che colpisce più al nord che al centro-sud, non a caso meno influenzato dall’abolizione del senso di famiglia.

Alla base vi è spesso una mancanza di valori, non trasmessi dalla famiglia d’origine, e la poca presenza dei genitori nel seguire il proprio figlio; che si tratti di superficialità, di mancanza di tempo e attenzioni dedicate alla prole (e qui ci sarebbe da parlare dell’inadeguatezza genitoriale della popolazione attuale) o semplicemente di esser parte dello stesso brodo culturale, la famiglia è spesso assente e colpevole di non aver prontamente riportato il proprio figlio sulla giusta via.
Paradossalmente, il livello di ricchezza delle famiglie di origine non è necessariamente un fattore: anche le cosiddette “baby gang” sono spesso costituite da figli di immigrati e ragazzi delle periferie più disagiate, i figli della medio e ricca borghesia non sono esenti da questo stile criminale di comportamento.

 

 

Quello che accomuna tutti questi soggetti è una formazione civile a base di social media, di sfide, di trasgressione, di esempi (in famiglia o fuori) che insegnano che le regole non devono essere seguite, che il rispetto verso il prossimo non esiste, che le Forze Dell’Ordine vanno denigrate e che sono un ostacolo alle proprie libertà (che in realtà sono quasi sempre azioni illegali); e l’impunità derivata dall’omertà degli ambienti in cui vivono e dalla mancanza della certezza della pena quando vengono finalmente messi in stato di fermo è il cemento che favorisce questi fatti criminosi.

Una volta di più va ribadito che non è la tolleranza, il cercare giustificazioni, l’utilizzo di “pene alternative” la soluzione a questo tipo di problema: se alla base manca l’educazione ed il senso civico, l’unica possibilità è un deterrente duro e rigido come quello della carcerazione, teso a spaventare il reo e chi lo vorrebbe emulare.
Se si vuol parlare di rieducazione lo si faccia, ma a valle di una pena severa che insegni con le cattive che in una società come la nostra, o ti comporti bene o la paghi davvero.

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