Malcolm: la recensione

Malcom è una sit-com statunitense di inizio millennio che rappresenta un punto di passaggio nella serialità televisiva e non subisce il peso del tempo.

 

 

Negli anni ’80 e ’90, i telefilm avevano un formato diverso rispetto alle serie odierne. Malcom rientra appieno in quei canoni, e racconta le vicende di una famiglia americana di provincia, tema da sempre centrale nella rassicurante tv americana di fine ‘900, ma lo fa ribaltando e stravolgendo gran parte delle certezze che al pubblico venivano trasmesse dalle sit-com dell’epoca.

Malcolm è la voce narrante del telefilm. È il figlio di mezzo, come dice il titolo originale Malcolm In The Middle, di una famiglia che si presenta fin dalla puntata pilota come cinica e surreale. I suoi genitori Lois e Hal sono totalmente senza filtri. La madre è autoritaria e impositiva, al limite della denuncia quando stabilisce le punizioni con cui risponde alle provocazioni dei figli e assolutamente impermeabile a critiche e obiezioni di qualunque genere. Il padre, cervellotico e goffo, è suo malgrado maestro nel generare situazioni di estremo pericolo per se stesso e chiunque lo circondi.

Chi approccia per la prima volta al telefilm resterà sorpreso nel vedere Bryan Cranston, il leggendario Walter White di Breaking Bad, in un ruolo comico e così differente da ciò che ha interpretato nella serie di Vince Gilligan, cosa che testimonia l’enorme estro dell’attore di Los Angeles, che con i suoi geniali cambi di registro già spicca come il vero e proprio mattatore di Malcolm.

 

 

Il canovaccio di ogni episodio è quello classico delle sit-com. Si inizia con un breve sketch che precede la sigla, ma che è totalmente indipendente dalle vicende che verranno raccontate; il suo intento è esclusivamente comico e, proprio per il suo essere avulso dalla narrazione, restituisce alla perfezione la follia creativa degli autori della serie.

Lo sviluppo degli eventi nelle varie puntate non è, però, da meno. Se da un lato l’idea di raccontare le vicende di una chiassosa famiglia americana può dare una sensazione di déjà-vu allo spettatore, questa viene immediatamente spazzata via nel momento in cui si assiste allo spettacolo dell’assurdo che avvolge i dialoghi tra genitori e figli e tra i fratelli stessi. Non c’è niente di edificante in ciò che mettono in atto tutti i protagonisti, adulti compresi, ma lo spettatore viene catapultato episodio dopo episodio in scenari sempre più assurdi e imprevedibili, il cui esito comico arriva all’apice quando, più di una volta, tutto si risolve senza alcuna connessione con la realtà, quasi come se ci fosse un ordine superiore a proteggere la famiglia che meno lo merita sulla faccia della terra.

 

 

L’ispirazione a I Simpson balza immediatamente all’occhio, ma il fatto che in Malcolm questo trionfo dell’inverosimile assuma i tratti di persone in carne e ossa lo rende forse ancora più spiazzante e esilarante per lo spettatore, soprattutto nelle stagioni che seguono quella d’esordio.

Se c’è un limite nella prima edizione del telefilm, datata 2000, è il fatto che i personaggi sembrano tagliati con l’accetta, con Malcolm a svolgere il ruolo del genio incompreso, il fratello maggiore Reese quello del tonto irresponsabile e cattivo, e il minore Dewey quello del personaggio totalmente fuori posto, che il più delle volte viene dimenticato dal resto della famiglia e si ritrova a vivere avventure incredibili a cui nessuno crede.
A partire dalla seconda stagione, però, i protagonisti assumono una profondità decisamente maggiore, che consente anche agli autori di spostarsi da un tipo di comicità prevalentemente fisica a un’altra molto più surreale e legata ai tic e alle paure tipiche della società statunitense, elevate all’ennesima potenza.

Anche in questo caso nulla di nuovo all’orizzonte. Una sit-com come Seinfeld ha fatto scuola nel trasporre sul piccolo schermo un modello di scrittura comica molto più legato agli ambienti della stand-up comedy teatrale che alla televisione. La particolarità di Malcolm, però, sta nel rappresentare una sorta di ponte tra i rassicuranti telefilm americani degli anni ’80, dove le famiglie sembravano appena uscite dalle copertine patinate delle riviste, e la potenza dissacrante e provocatoria di un Saturday Night Live applicata alla vita di tutti i giorni nella contraddittoria società americana.

 

 

Con questo non voglio dire che Malcolm sia una serie satirica o di critica sociale, ma che l’intuizione che ha reso vincente e sempre attuale il lavoro autorale alla sua base è stato quello di affiancare a contesti ben noti al grande pubblico, ma ormai datati, risvolti dall’esito più originale e sorprendente.

Se, come detto, le prime puntate mostrano ancora piccole ingenuità e qualche problema di ritmo nella narrazione, nel corso delle stagioni i meccanismi comici risultano sempre più oliati, così come le dinamiche tra i personaggi che inizialmente potevano apparire un po’ ripetitive, e Malcolm riesce nella rara impresa di essere una delle poche serie televisive che andando avanti negli anni migliora.

 

Malcolm, 2000-2006
Voto: 7
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