Malcolm & Marie

Che inutile pippa mentale! Lungi da noi abbandonarci al turpiloquio gratuito ma non esiste miglior definizione per questo patinato e affettato film che Netflix propone in pompa magna.

 

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Malcom & Marie
è un film del talentuoso Sam Levinson (la mente dietro a Euphoria) con gli altrettanto talentuosi Zendaya e John David Washington, figlio dell’immenso Denzel. E sta proprio qua la pecca del lavoro: sono tutti così bravi che prevale una smania di dimostrare costantemente e inutilmente la propria perfezione a scapito della narrazione e del mal capitato spettatore. Ogni dettaglio è curato, la fotografia in bianco e nero è splendida, la location è da urlo, gli attori sono bellissimi, i dialoghi sono eccelsi e la regia è stellare. Eppure alla fine si resta con un pugno di mosche, sempre che si abbia la tigna di giungere alla fine del troppo denso sviluppo. Perché?

Perché il nocciolo dello script è pressoché sterile: analizzare così a fondo il fare cinema interessa davvero a poche persone al di fuori degli addetti ai lavori. I due protagonisti toccano questioni che riguardano chi fa il regista e nello specifico chi lo fa in un certo modo, se una persona possa o non possa raccontare bene e intensamente qualcosa che non conosce e quanto sia eticamente corretto fare politica con la macchina da presa piuttosto che cedere alle lusinghe del cinema commerciale. Esiste poi tutto un sotto discorso sull’arte afroamericana (non a caso entrambi gli attori lo sono) che merita il massimo rispetto sociale ma che coinvolge meno di una lezione di Ingegneria Chimica alle tre di notte.

 

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Di cosa parla Malcom & Marie? È un film girato nel pieno del delirio della pandemia Covid-19, col minimo delle risorse possibili e prodotto anche dai due protagonisti, tutto ambientato in una villa da urlo a Los Angeles. Narrativamente si tratta di un litigio tra due fidanzati che dura tutta una notte e che parte, come detto, dall’analisi tecnica dei problemi dei loro lavori (lui è un regista fresco di premiere del suo film andata alla grande e lei è un’attrice pentita). È solo uno spunto, però, usato per andare a fondo nella loro relazione tra baci e schiaffi, accenni di scene sessuali e tante troppe chiacchiere urlate, singhiozzate e sussurrate. Tutti noi ci siamo passati ma nessuno aveva mai pensato di farci un film, e c’era una ragione.

È giusto chiedere scusa? Chi lo deve fare? Quando? Perché? Chi dipende da chi? Il successo di uno toglie aria all’altro? È frutto anche di quel supporto? Certe cose vanno taciute o urlate? Si può essere violenti anche solo verbalmente? Queste sono solo alcune delle migliaia di domande che il lungometraggio pone. L’unico filo conduttore è che di cercare una risposta non ce ne può fregare di meno!

 

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Perché la verità è tristemente semplice: è una grandissima noia (e siamo stati educati nello scegliere le parole) guardare questi due fighetti che non si danno pace per futili motivi (lui sbrocca per una recensione molto positiva!) molto lontani dalla vita reale. In un momento storico di lockdown in cui la gente perde il lavoro e le persone che ama era prioritario raccontare i capricci di questi due viziati squilibrati? La riposta sta nella fredda accoglienza che il film ha avuto da parte della gente normale. Caro Levinson, non ci si riesce a immedesimare in tipi così complicati perché la sensazione è solo che non vedano quanto fortunati siano a vivere in quel modo e in quel mondo e, in conclusione, diventano distanti ma, soprattutto, antipatici.

Tutto è molto irritante per tutta la narrazione ma, quando Washington cita La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo, si raggiunge l’apice della fuffa cinematografica. Il finale, senza rischio di spoiler, è inconcludente come tutto il resto… unico segno di coerenza di un lavoro che ruba due ore di vita a chi inciampa in questa trappola di lusso.

Malcolm & Marie, 2021
Voto: 4