Mugello: un amaro GP d’Italia

Quando vale la regola del “the show must go on” e quando no? Chi ha le chiavi del Motomondiale e decide quando bisogna fermarsi?

 

 

È chiaro che chiedere a qualsiasi appassionato italiano di due ruote come sia il circuito toscano è un po’ come chiedere all’oste se è buono il vino; ma questo circuito è amato da molti piloti, per le sensazioni e le emozioni che riesce a regalare con le sue colline, la sua velocità e la sua grande complessità tecnica.

Purtroppo il fine settimana di gare è stato pesantemente condizionato dal grave incidente in cui ha perduto la vita il giovanissimo Jason Dupasquier; tutta la redazione manda le condoglianze ed un grandissimo abbraccio alla famiglia ed al team.
Nonostante gli enormi progressi fatti in tema di sicurezza questo tipo di incidenti rappresentano il più grande rischio a cui è esposto un pilota, quell’imponderabile fattore che non potrà mai essere cancellato completamente dalle gare.

Ma torniamo ad un argomento che aveva creato già molte polemiche nelle categorie minori e che invece sembra allargarsi rapidamente anche alla classe regina del motomondiale: le scie ed i “gruppetti” in pista che si attendono. Benché soprattutto in gara sfruttare la scia e le traiettorie di qualcuno più veloce sia normale e in parte anche inevitabile, nelle qualifiche questo fenomeno sta raggiungendo livelli preoccupanti.
In Moto 3 ad esempio si sta pensando di puntare alla superpole già in uso da molti anni in Superbike, cosa che eviterebbe i pericolosi trenini e che darebbe una griglia di partenza sicuramente più “reale” rispetto a quella generata dalle qualifiche di gruppo; questo fenomeno sta diventando però sempre più frequente anche in MotoGP, dove in questo weekend abbiamo visto Jack Miller arrabbiarsi moltissimo per aver trovato ben 8 piloti a passeggio ad attenderlo per farsi “tirare”.

 

 

Fossero poi degli outsider la cosa stupirebbe meno, ma vedere anche campioni del mondo che come dei rookie aspettano il più veloce lascia perplessi.
Comportamento ancor più inaccettabile da pluricampioni come Marquez, che ha come sua abitudine quella di innervosire gli avversari, giocando spesso negli anni passati al gatto col topo: seguire in pista una tantum un altro pilota per carpirne qualche segreto fa parte del gioco, ma addirittura incollarglisi dietro anche nella corsia box in quella sorta di ride through che Vinãles si è autoimposto per scrollarselo di dosso è ridicolo e squalificante per un pilota del suo livello; e la smetta di scusarsi dopo dicendo che Maverick ha tutte le ragioni di essere arrabbiato. Marc non ha 14 anni e deve riflettere sui suoi comportamenti e soprattutto smetterla di fare la faccina da angelo e ammettere candidamente a posteriori che è stato antisportivo: è ora di crescere.

Le gare nel complesso sono state avvincenti, la Moto3 con gli spagnoli molto concreti e agguerriti come sempre ma dietro ad un bravissimo e commosso Dennis Foggia, insieme ad un Fenati che sembra finalmente rinato e cresciuto, combattivo come sempre ma lucido e intelligente, raccoglie meno di quel che merita.
In Moto2 il figlio d’arte Remy Gardner mette il sigillo ad una grande prestazione che lo porta in vetta alla classifica provvisoria, in un campionato bello e combattuto che sembra essere almeno per il momento il più equilibrato tra tutti.
Nella MotoGP sempre più inattaccabile Fabio Quartararo; bene la Suzuki con Mir e la KTM che finalmente col nuovo telaio mette Oliveira in condizione di lottare per il podio. Deludono invece Rins, ancora in profonda crisi come Vinãles; continuo a credere che il problema sia più umano che tecnico per i due piloti. Col punto interrogativo anche Jack Miller, non un disastro per carità, visto anche il 4° posto in campionato ad un soffio dal suo compagno di squadra, ma ancora non sembra aver ritrovato pienamente serenità e convinzione.

 

 

Trovo invece che le esternazioni di alcuni piloti siano piuttosto discutibili: pur volendo tenere conto dello stato di prostrazione dovuto ai drammatici eventi evidenziati ad inizio articolo, le dichiarazioni nel dopogara di Bagnaia, Petrucci ed Aleix Espargarò, in particolare dirette alla Dorna per aver gestito male la diffusione della notizia della morte del giovane pilota svizzero, salvo poi sottolineare che tanto sarebbe stato impossibile non farla arrivare, mi sembrano piuttosto gratuite.

Lanciare accuse sulla presunta importanza della vita perché quella di un giovane esordiente non valga quanto quella di un top rider mi sembra non trovi riscontro: ci sono recenti esempi, come la morte di Tomizawa o di Salom, in cui si scelse di correre senza tutte queste polemiche, semplicemente perché i genitori, in bellissimo gesto di altruismo, vollero che le gare continuassero ad andare avanti in nome del figlio.
Non mancano le critiche insensate anche nei confronti dei giornalisti, accusati di parlare troppo delle gare, mancando di rispetto anche a loro quasi a dargli degli insensibili.

D’accordo, i piloti sicuramente subiranno notevoli pressioni qualora decidano di non scendere in pista ma sfido qualsiasi scuderia ad avere il coraggio di multare o citare in giudizio un ragazzo, un uomo, che non se la sia sentita di salire in sella e buttarsi nella mischia. E poi vogliamo parlare di sicurezza? Quanto può essere pericoloso un pilota che sta con la testa da un’altra parte, per se stesso ed i suoi avversari in pista?

Ma le opinioni non sono solo queste, ci sono anche quelle di chi comunque, addolorato, si rende conto che purtroppo il passato non lo puoi cambiare e prova a fare del suo meglio; quindi quale dovrebbe prevalere?

Stabiliamo una regola fissa, augurandoci di non doverla mai più applicare per la quale nel caso di un decesso la gara debba essere interrotta? E varrà solo per i piloti o anche per i commissari a bordo pista?

Purtroppo non credo si possa trovare una soluzione ad eventi così drammatici, imprevedibili e traumatizzanti; resteranno le reazioni umane e comprensibili di tutti, diverse tra loro ma tutte rispettabili.

 

 

Però un invito a tutti, piloti, meccanici, manager, organizzatori, mi sento di farlo: abbiate coraggio. Anche se le decisioni sono impopolari, nessuno può e deve imporvi di correre, non mi sembra né giusto né equo.
Una cosa giusta, anzi sacrosanta, dell’intervista a Bagnaia la devo riconoscere: è una pagina triste e dolorosa di questo sport che sono certo, nessuno avrebbe voluto vivere, né tantomeno scrivere.

Ciao Jason, riposa in pace.