Tougen Anki è uno shōnen d’azione cupo e frenetico che punta su impatto visivo e combattimenti, ma fatica a distinguersi nel panorama anime contemporaneo.

Ci sono anime che conquistano per la bellezza delle loro storie e altri che riescono a lasciare il segno grazie a un comparto visivo particolarmente curato; Tougen Anki, invece, prova a ritagliarsi uno spazio personale partendo da un’idea interessante e costruendo un racconto lastricato di combattimenti, sangue e poteri decisamente fantasiosi. Un percorso che punta più sull’impatto immediato che sulla riflessione, ma che non manca di spunti interessanti.
La serie racconta la storia di Shiki Ichinose, un ragazzo apparentemente normale che scopre di appartenere alla stirpe degli Oni, creature demoniache che da secoli vivono nascoste tra gli esseri umani. La rivelazione avviene in modo traumatico, quando Shiki viene braccato dai discendenti di Momotarō e costretto a confrontarsi con una guerra segreta che oppone due fazioni inconciliabili. Da quel momento, l’ingresso in una struttura di addestramento per Oni segna l’inizio di un percorso fatto di scontri, crescita forzata e accettazione della propria natura.
Tougen Anki nasce come manga sulle pagine della rivista Weekly Shōnen Champion, scritto e disegnato da Yura Urushibara. La trasposizione animata è stata affidata a Studio Hibari, che ha realizzato una prima stagione composta da ventiquattro episodi; un numero consistente, utile a introdurre l’universo narrativo e a impostare le dinamiche principali del conflitto.
Alla base dell’opera c’è la rielaborazione del mito giapponese di Momotarō, l’eroe popolare che, secondo la leggenda, sconfisse un gruppo di demoni partendo alla volta dell’isola di Onigashima. In Tougen Anki questo racconto viene ribaltato e reinterpretato in chiave action e dark fantasy: gli Oni diventano le vittime di una persecuzione secolare, mentre i discendenti di Momotarō assumono il ruolo di cacciatori determinati a sterminare ogni possibile ibrido tra demoni e umani.

L’idea di partenza è solida e inizialmente sviluppata con una certa attenzione, quanto basta per dare credibilità al mondo che fa da palcoscenico alla storia; con il procedere degli episodi, però, emergono con forza le canoniche caratteristiche dello shōnen, genere rivolto principalmente a un pubblico giovane e fondato su allenamenti, rivalità e una costante escalation di potere. Il racconto viene così dominato da scontri violenti, spargimenti di sangue, abilità spettacolari e da un’atmosfera cupa; tutti elementi che contribuiscono a definire l’identità dell’anime ma che non sempre risultano equilibrati sul piano qualitativo.
La caratterizzazione dei protagonisti risulta piuttosto piatta: molte figure principali sembrano ricalcare modelli già visti in altre saghe, senza riuscire a distinguersi davvero. La scelta di puntare quasi esclusivamente sull’azione rende inoltre difficile aggiungere spessore a personaggi che trascorrono gran parte del tempo a combattere o a prepararsi per farlo.
I personaggi secondari, dal canto loro, restano spesso semplici comparse, utili a riempire il campo di battaglia più che a incidere realmente sullo sviluppo della storia.
Il ritmo narrativo alterna momenti di frenesia durante gli scontri a pause che dovrebbero favorire un coinvolgimento diverso; proprio in queste fasi più calme, però, la narrazione fatica a trovare un equilibrio e ricorre talvolta a provocazioni a sfondo sessuale che finiscono per distrarre più che arricchire il racconto. Anche lo svolgimento degli eventi segue schemi già collaudati, rielaborati quel tanto che basta per adattarsi alle esigenze della trama.
Dal punto di vista grafico, il contrasto tra i personaggi è netto: le figure maschili appaiono alte, slanciate e spesso spigolose, mentre quelle femminili sono caratterizzate da forme rotonde, procaci, talvolta al limite del paffuto, ben lontane dallo standard di bellezza comunemente associato all’immaginario idol giapponese. Si tratta di una scelta estetica che deriva direttamente dallo stile di Yura Urushibara e che, nella trasposizione animata, è stata parzialmente addolcita senza però snaturarne l’impostazione originale.

Lo stile dell’autore risulta indubbiamente particolare e in parte fuori dagli schemi più convenzionali, pur senza raggiungere un livello di riconoscibilità immediata paragonabile a quello di mangaka come Kazuhiro Fujita, autore di Ushio E Tora, o Kei Urana, creatore di Gachiakuta, i cui tratti graffianti, cupi e fortemente identitari rappresentano un marchio di fabbrica inconfondibile.
L’animazione, curata dallo Studio Hibari (High Card), si dimostra nel complesso fluida e gradevole; qualche calo qualitativo si nota negli scontri minori, mentre i combattimenti più importanti riescono a garantire un buon livello di spettacolarità. Le musiche svolgono un ruolo di supporto adeguato, pur senza lasciare un segno profondo; la sigla di apertura, in particolare, risulta poco incisiva.
La seconda stagione di Tougen Anki, con l’arco Nikko Kegon Falls, è già stata annunciata e proseguirà il racconto puntando ancora una volta su frenesia, scontri spettacolari e poteri sopra le righe. Resta però la percezione di una serie che fatica a distinguersi davvero all’interno di un panorama affollato: personaggi stereotipati, sviluppi prevedibili e un equilibrio narrativo spesso fragile ne limitano l’impatto complessivo. Senza un deciso intervento sulla scrittura e sulla costruzione dei suoi protagonisti, l’energia visiva e l’idea di fondo rischiano di restare elementi isolati, insufficienti a far emergere Tougen Anki al di sopra della massa.









