USA: ad un passo dal default?

In assenza di un accordo politico sull’innalzamento della soglia massima di debito pubblico tra repubblicani e democratici gli Stati Uniti rischiano il default.

 

 

Quali le probabilità, le cause e le ripercussioni di una possibile catastrofe finanziaria.

Entro il primo giugno gli Stati Uniti potrebbero non essere più in grado di far fronte ai propri debiti e di sostenere ulteriori spese senza il consenso del Parlamento, a causa della mancata possibilità di prendere a prestito denaro per coprire le spese correnti. Le conseguenze economico-finanziarie stimate sono catastrofiche, con un taglio di circa 8 milioni di posti di lavoro, una riduzione drastica della spesa pubblica e perturbazioni finanziarie a livello mondiale.

Anche la sola minaccia di default è sufficiente a determinare un declassamento del rating finanziario degli USA e un forte indebolimento della fiducia da parte dei consumatori, che metterebbe in discussione lo storico ruolo dei bond americani come asset di rifugio e del dollaro come valuta di riserva mondiale, con conseguente innalzamento dei tassi di interesse sul credito erogato. La mancanza di fiducia da parte degli investitori nella capacità degli Stati Uniti di onorare i propri debiti, potrebbe portarli a richiedere rendimenti più elevati per l’acquisto di titoli di stato americani a garanzia o a virare verso soluzioni alternative ritenute al momento più sicure, rendendo ancor più difficile per il governo americano reperire fonti di finanziamento con cui ripagare il debito.

Non è la prima volta che ci troviamo di fronte alla necessità di un innalzamento della soglia del debito che, negli Stati Uniti, è stabilita dal Congresso. A partire dal 1960, il tetto di debito è stato modificato o sospeso circa 80 volte, di cui 3 solo durante la presidenza Trump, per approdare ad un massimo di 31.400 miliardi di dollari nel 2021. I repubblicani hanno di recente acconsentito a un innalzamento di 1500 miliardi, a fronte di un taglio di 4500 miliardi di dollari alla spesa pubblica in dieci anni, che minerebbe i progetti politici di Biden. Di contro, il presidente USA invoca il 14esimo emendamento della Costituzione, che gli consentirebbe temporaneamente di ignorare il tetto del debito, continuando a versare denaro nelle casse dello Stato. Il raggiungimento di un accordo è minato dalla presenza di diverse fazioni politiche all’interno del Congresso. In passato si è giunti ad accordi temporanei che, nell’immediato, hanno salvato il paese dal default, senza tuttavia approdare ad una risoluzione di carattere definitivo.

 

E l’Europa?

Dato il ruolo centrale degli Stati Uniti nell’economia globale, un eventuale default avrebbe inevitabilmente risvolti a livello mondiale, con un altissimo rischio di contagio. Un default degli Stati Uniti potrebbe mettere a rischio la stabilità del sistema bancario europeo e causare una crisi bancaria. In particolare, in Europa, le principali banche sono fortemente esposte al debito statunitense, detenendo bond americani e riserve valutarie in dollari. Le conseguenti turbolenze finanziarie e l’instabilità dei mercati spingerebbero gli investitori a spostare i loro capitali altrove, verosimilmente in Oriente, con un’economia cinese in forte ripresa, a fronte dei recenti segnali di rallentamento economico che hanno colpito l’Europa e, in particolare, la Germania. Questo inasprirebbe ulteriormente il conflitto Cina-USA, con Taiwan che rappresenta una pedina fondamentale dal punto di vista delle esportazioni. Infine, le probabilità di fluttuazioni significative nei tassi di cambio tra l’euro e il dollaro statunitense potrebbero impattare pesantemente sulle attività commerciali e sulla competitività delle imprese europee, strettamente legate alle esportazioni statunitensi, di cui sono uno dei principali partner commerciali, con conseguente riduzione dei livelli di domanda europea di beni e servizi.

È importante sottolineare come il calcolo esatto delle ripercussioni economiche dipenda da una molteplicità di fattori complessi da prevedere a monte. È probabile che, anche questa volta, il Congresso decida di salvare l’economia americana grazie al raggiungimento di un accordo politico. Verrebbe tuttavia da chiedersi quanto questo possa essere risolutivo e, soprattutto, duraturo. Forse l’amministrazione Biden sarà costretta a riconsiderare le proprie mire politiche. Forse la migrazione dei capitali dagli Stati Uniti verso l’Oriente è già iniziata e questo riapre una partita mai veramente chiusa con la Cina. Forse i periodici rischi di default in America degli ultimi 20 anni stanno sensibilizzando le principali economie mondiali, intente già da tempo a rendersi sempre più autonome rispetto agli USA che, dopo la crisi del 2008, faticano ancora a tornare ai “vecchi tempi” di gloria.

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