Nel 1905, una nazione asiatica sfida una potenza europea: la guerra russo-giapponese segna l’inizio di un nuovo equilibrio globale.

Nel pieno fervore della fine del XIX secolo, mentre le potenze europee si spartiscono il mondo con cinismo coloniale, il Giappone si affaccia sulla scena internazionale con un’ambizione che sorprende e inquieta. Uscito dal lungo isolamento del periodo Tokugawa grazie alla Restaurazione Meiji del 1868, il Paese del Sol Levante si lancia in un rapidissimo processo di modernizzazione che lo trasforma nel giro di pochi decenni da una nazione basata su un feudalesimo arretrato a potenza industriale e militare. Il Giappone costruisce fabbriche, treni, flotte e scuole, imita le grandi potenze europee, studia le loro tecnologie e le loro istituzioni, impregnandosi allo stesso momento di un fortissimo nazionalismo. Questo sviluppo frenetico non è infatti fine a sé stesso: i nipponici vogliono uno spazio imperiale, un posto al tavolo delle grandi potenze, e lo cercano nell’Asia continentale. La Corea, penisola strategica tra Cina e Giappone, diventa il primo obiettivo, ma ben presto i loro interessi si scontrano con quelli della Russia zarista, che sta espandendo la sua influenza in Estremo Oriente, spinta da una combinazione di ambizioni economiche, pressioni militari e desideri di sbocco sul Pacifico.
Le tensioni iniziano già alla fine dell’Ottocento, quando Giappone e Cina si affrontano nella prima guerra sino-giapponese (1894–1895), dalla quale Tokyo esce vincitrice, ottenendo Taiwan e l’influenza sulla Corea. La sorprendente vittoria viene però parzialmente annullata dall’intervento delle potenze occidentali, soprattutto della Russia, che costringe il Giappone a restituire la penisola di Liaodong, mentre contemporaneamente occupa Port Arthur, importante porto in acque calde, grazie alla complicità della Cina stessa. Il Giappone vive questa umiliazione come un tradimento e un affronto, e da quel momento considera la Russia come il suo principale rivale in Asia. Da parte sua, lo zar Nicola II continua la politica espansionista del suo impero, puntando alla Manciuria e alla Corea come zone di influenza russa, utili per il commercio, la strategia militare e il prestigio imperiale.
A inizio Novecento, la situazione diventa sempre più tesa. Il Giappone cerca un compromesso diplomatico con la Russia, proponendo il riconoscimento dell’influenza russa sulla Manciuria in cambio di quella giapponese sulla Corea. Mosca, convinta della propria superiorità militare, tecnologica e culturale, prende sempre più tempo per poi rifiutare l’offerta, mentre continua ad ammassare truppe e costruire ferrovie, come la Transmanciuriana e la Transiberiana: due importanti vie che servono a consolidare la presa russa sull’Estremo Oriente. In questo clima di sospetto e sfida, il Giappone decide di agire e colpire duramente.

La guerra scoppia improvvisamente il 9 febbraio 1904, quando la marina nipponica attacca di sorpresa la flotta russa ancorata a Port Arthur, senza una dichiarazione formale di guerra. È un gesto che ricorda, per certi versi, l’attacco a Pearl Harbor di quarant’anni dopo: rapido, chirurgico, calcolato. L’opinione pubblica mondiale, inizialmente scettica sulla capacità giapponese di affrontare una potenza europea, assiste con stupore alla rapidità ed efficienza delle forze armate nipponiche. I giapponesi assediano Port Arthur, penetrano nella Manciuria, avanzano con truppe disciplinate e moderne, mentre i russi, male organizzati, scarsamente equipaggiati e comandati da ufficiali spesso incompetenti, si trovano in difficoltà.
Ma al di là delle operazioni militari, la guerra russo-giapponese è anche un conflitto profondamente segnato da tensioni interne, soprattutto per la Russia. Lo zarismo vive un momento di crisi crescente: le campagne sono attraversate da miseria e malcontento, i lavoratori urbani sono sempre più organizzati, i movimenti rivoluzionari cominciano a guadagnare terreno, e l’apparato statale appare incapace di gestire una guerra lontana, costosa e impopolare. L’opinione pubblica russa, inizialmente infervorata dalle notizie che giungono dall’Estremo Oriente, inizia presto a dubitare del senso del conflitto stesso. La sconfitta nella battaglia terrestre di Mukden, una delle più grandi del conflitto, e poi quella navale devastante di Tsushima, in cui la flotta baltica russa – dopo un viaggio epico di mesi intorno al globo – viene annientata nello stretto tra Corea e Giappone, minano l’autorità dello zar come mai prima.
Tsushima e il tracollo della flotta russa rappresenta un punto di svolta non solo militare, ma simbolico. È la prima volta nella storia moderna che una potenza asiatica sconfigge in modo così netto una potenza europea, e il tutto sotto gli occhi di un mondo che osserva il crollo del mito dell’invincibilità e della superiorità dei paesi europei nei confronti di nazioni di altri continenti. La guerra finisce molto rapidamente: nel settembre 1905, col Trattato di Portsmouth mediato dal presidente statunitense Theodore Roosevelt, che per l’occasione riceverà anche il premio Nobel per la pace. Il trattato sancisce la vittoria giapponese che la proietta nell’olimpo delle grandi nazioni moderne: Tokyo ottiene la Corea come protettorato, il controllo della Manciuria meridionale, della penisola di Liaodong e della ferrovia che collega Port Arthur a Mukden. A casa, la vittoria alimenta un orgoglio nazionale destinato a crescere in forma aggressiva e imperialista tanto che il mito della superiorità nipponica non solo si consolida ma la stessa società civile si radicalizza notevolmente. Prende piede il militarismo e con esso le ambizioni coloniali non possono che accrescersi.
Mentre il Giappone festeggia la sua grandissima vittoria e l’affacciarsi sullo scacchiere internazionale come nazione e come impero, le conseguenze per la Russia sono a dir poco tragiche e stanno alla base di una serie di eventi che ne segneranno i decenni futuri. La sorprendente sconfitta scatena un’ondata di proteste e rivolte che culminano nella Rivoluzione del 1905: scioperi, manifestazioni, sollevazioni popolari come quella del “domenica di sangue” a San Pietroburgo costringono lo zar a promettere riforme costituzionali che poi applicherà solo in parte. È la prima crepa seria nel sistema zarista, che porterà, dodici anni dopo, alla Rivoluzione del 1917.

Il conflitto del 1904-1905 (trattato anche in giochi da tavolo per gli appassionati del genere) rappresenta una frattura storica, un momento in cui l’ordine mondiale comincia a mutare. Avendo alla base una mix letale di nazionalismi e imperialismi contrapposti, modernità tecnologiche e un militarismo crescente, possiamo già intravedere in questa guerra una sorta di preludio per quello che saranno i quarant’anni successivi in Europa, Africa ed Asia: una lunga e dolorosa scia di devastazioni che ha in parte il suo principio negli eventi qui raccontati.









