Guerra locale, crisi globale: la strategia di Putin passa per il grano ucraino

Nelle prossime settimane, in Asia ed in Africa, milioni di persone mangeranno prodotti derivati da grani piantati e germogliati in Ucraina, ma venduti dalla Russia.

 

 

Nei giorni scorsi il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov è stato invitato ad Ankara dal suo collega turco Mevlut Cavusoglu per intavolare una trattativa in merito alla possibile creazione di corridoi commerciali nel Mar Nero, funzionali all’esportazione del grano già raccolto, e vitali per l’approvigionamento globale.

Circa 2,5 milioni di tonnellate di grano giacciono nei silos di stoccaggio ucraini nel porto di Odessa, pronti già da molto all’esportazione e purtroppo prossimi alla marcitura, bloccati dal conflitto ed impossibilitati a raggiungere gli innumerevoli paesi che ogni giorno vengono riforniti di grano ucraino.

 

 

L’Ucraina è uno dei maggiori produttori di grano al mondo insieme a Russia, Canada, Stati Uniti, India e Francia; lo scorso anno la sua produzione ha toccato la quota record di 106 milioni di tonnellate di grano, di cui oltre il 70% dedicato all’esportazione.

Per comprendere la portata dell’evento in termini economico-alimentari basta paragonare il dato sull’esportazione ucraina di grano duro in UE del primo quadrimestre del 2022 ed il medesimo dato dell’anno precedente: nel 2021, da gennaio a maggio, l’Ucraina ha spedito all’UE 341.000 tonnellate di grano duro; quest’anno, nel medesimo periodo, ha esportato verso l’UE appena 95.000 tonnellate dello stesso grano.

Circa il 40% della produzione totale di grano ucraino ha sede tuttavia all’interno di quelle regioni amministrative – Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia, Kherson e Crimea – occupate o contese dai Russi, i quali attingono alle scorte di grano di questi territori ed implementano il loro volume di esportazioni, ammortizzando in parte il colpo inflitto dalle sanzioni europee all’export russo.

Putin probabilmente è consapevole delle difficolta che l’esercito russo sta incontrando in territorio ucraino a causa di una resistenza locale, foraggiata internazionalmente di armi, sottostimata in sede decisionale; l’Ucraina sta rallentando le manovre di Putin, ma il fabbisogno mondiale di grano è una carta preziosa al tavolo degli accordi.

Se lo scarso approvvigionamento di grano è un problema per paesi stabili ed economicamente sviluppati come l’Italia, per i paesi con fragilità economiche e politiche potrebbe essere l’innesco di una deflagrazione sociale alimentata dalla fame: la Tunisia, la Libia, lo Yemen ed il Libano, per citarne alcuni.

 

 

La Russia, forte di questa sua posizione, ha fatto la voce grossa al tavolo delle trattative con la Turchia, e ha rifiutato l’accordo proposto da Ankara per l’apertura di un rotta commerciale sicura nel Mar Nero attraverso lo sminamento dell’area e la supervisione di un contingente internazionale.

L’Ucraina non si è mostrata del tutto favorevole all’accordo. L’operazione di sminamento infatti impiegherebbe mesi, e non risolverebbe il problema nell’immediato; inoltre gli ucraini non si fiderebbero dell’eventuale promessa russa di non attaccare una porzione di territorio sguarnita dall’alto valore strategico.

I Russi non si sono avventati in promesse e Lavrov ha prontamente scartato la proposta dei turchi, speranzosi di raggiungere un compromesso con il Cremlino – dati i rapporti politici che i due paesi intrattengono – per riequilibrare i traffici commerciali nel Mar Nero, prezioso bacino economico per Ankara.

 

 

Probabilmente Putin nelle prossime settimane non farà un passo verso la commercializzazione sicura del grano ucraino, ma ne approfitterà per alimentare confusione e preoccupazione nei mercati e nelle assemblee politiche con l’intento di spezzare le catene delle sanzioni commerciali varate contro il suo paese.

Una delle due parti cederà, è il fisiologico corso degli eventi, ma bisognerà prestare attenzione alle crepe che si dirameranno nel tessuto sociale globale in seguito a questo cedimento.

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