Kublai Khan tenta due volte di conquistare il Giappone, ma fortificazioni, samurai e tifoni devastanti annientano le sue flotte, segnando la sconfitta mongola.

I tentativi mongoli di invadere il Giappone nel XIII secolo rappresentano uno degli episodi più affascinanti della storia militare e geopolitica dell’Asia intera. Kublai Khan, nipote di Gengis Khan e fondatore della dinastia Yuan in Cina, desidera estendere il suo dominio all’arcipelago giapponese, vedendo nel Giappone una potenziale minaccia e un’opportunità di espansione. L’impero mongolo, all’epoca la potenza militare dominante in Asia, ha già conquistato la Cina sotto la dinastia Song e controlla vaste porzioni dell’Asia centrale e del Medio Oriente; il Giappone si presenta come una sfida unica, non solo per la sua geografia insulare ma anche per la determinazione dei suoi difensori.
Il primo tentativo di invasione avviene nel 1274, quando una flotta di circa 900 navi e 30.000 uomini composta da mongoli, cinesi e coreani, parte dalla Corea per attaccare il Kyushu giapponese (coste del sud-ovest). Le forze giapponesi, costituite principalmente da samurai, sono numericamente inferiori ma riescono a resistere con tattiche difensive efficaci. I mongoli portano con sé armi avanzate per l’epoca, come le balestre composite e le bombe a polvere da sparo, che terrorizzano i giapponesi abituati a duelli individuali in battaglia. Tuttavia, la battaglia viene interrotta da un improvviso tifone, noto come “kamikaze” o “vento divino”, che distrugge gran parte della flotta mongola costringendola alla ritirata. Questo evento viene visto dai giapponesi come una manifestazione della protezione divina sul loro paese.
Nonostante questa sconfitta, Kublai Khan non rinuncia ai suoi progetti e invia numerosi emissari in Giappone chiedendo la sottomissione dello shogunato Kamakura, ma tutte le delegazioni vengono rifiutate e i messaggeri talvolta giustiziati. Nel 1281, Kublai Khan organizza una seconda invasione ancora più massiccia, questa volta con due flotte distinte: una proveniente dalla Corea con circa 900 navi e 40.000 uomini e un’altra dalla Cina con 3.500 navi e 100.000 uomini. L’idea è quella di unire le forze vicino alla Baia di Hakata e sopraffare i difensori giapponesi con la schiacciante superiorità numerica. In realtà appare oggi quasi impossibile stabilire l’esatto numero della forza di invasione, e i numeri sopra riportati, estratti dalle fonti di varie epoche, potrebbero essere gonfiati. Quello che rimane certa è la disparità di forze e risorse tra attaccanti e difensori.
Ben capendo che un secondo tentativo mongolo non sarebbe tardato a manifestarsi, i giapponesi avevano avuto il tempo di prepararsi, costruendo imponenti fortificazioni lungo le coste e adottando tattiche più efficaci per contrastare le incursioni nemiche. Le mura erette attorno alla Baia di Hakata impediscono ai mongoli di sbarcare facilmente, costringendoli a combattere su terreni poco favorevoli. Gli scontri si protraggono per settimane, con i samurai che riescono a infliggere pesanti perdite ai mongoli durante gli sbarchi. La flotta cinese arriva in ritardo, e le difficoltà di coordinazione tra le due forze mongole diventano evidenti. I samurai, nonostante la loro inferiorità numerica, utilizzano attacchi mirati e notturni per decimare il nemico. Inoltre, le malattie e la mancanza di rifornimenti iniziano a logorare l’armata mongola.

Dopo un lungo stallo, un secondo tifone devasta ancora una volta la flotta mongola, infliggendo danni irreparabili e costringendo alla ritirata quel che resta dell’armata d’invasione. Questo evento, come il primo tifone del 1274, viene interpretato dai giapponesi come un intervento divino a loro favore, consolidando l’idea del “kamikaze” come protezione spirituale del Giappone. Si stima che oltre la metà delle forze mongole venga annientata dalla tempesta, con migliaia di navi affondate e soldati dispersi in mare. Molti dei sopravvissuti vengono catturati e giustiziati dai giapponesi.
La fallita invasione del 1281 segna la fine delle ambizioni mongole sull’arcipelago e il consolidamento dello shogunato Kamakura, che mantiene un rigido controllo sul paese. Inoltre, l’enorme sforzo economico richiesto per queste campagne indebolisce l’impero Yuan, contribuendo alla sua progressiva instabilità nei decenni successivi. Il fallimento di Kublai Khan dimostra che, nonostante la potenza militare mongola, la logistica delle invasioni anfibie rappresenta un ostacolo insormontabile senza un’adeguata preparazione e coordinazione.
Le invasioni mongole del Giappone non sono solo episodi militari ma eventi che influenzano profondamente la cultura giapponese, rafforzando il senso di identità nazionale e la convinzione nella protezione divina del paese e contribuendo a sviluppare un senso di unità nazionale che riaffiora nei secoli successivi, soprattutto in periodi di minaccia esterna. La minaccia mongola spinge lo shogunato Kamakura a mantenere un esercito mobilitato per anni, portando però anche a un declino economico per la classe guerriera, che non riceve mai adeguate ricompense per i suoi sforzi. Questo malcontento contribuisce alla caduta dello shogunato Kamakura e all’ascesa della dinastia Ashikaga nel XIV secolo.
I tentativi mongoli di invadere il Giappone sono dunque un capitolo fondamentale e sconosciuto a molti nella storia dell’Asia orientale, con implicazioni che vanno ben oltre il semplice esito delle battaglie, avendo influenzato la geopolitica regionale e il corso della storia giapponese per generazioni.









