Poteva essere l’erede di Iron Man, e invece Ironheart si arena tra retorica sociale , cliché da manuale e un’armatura che pesa più della trama.

Riri Williams ha fatto il suo ingresso nell’MCU in Black Panther: Wakanda Forever, in una manciata di scene dove si è subito presentata come una giovane prodigio, con un cervello in grado di tener testa a quello di Tony Stark. Geniale, coraggiosa e con un pizzico di arroganza, aveva tutte le carte in regola per diventare la degna erede spirituale di Iron Man. Il trampolino perfetto per farla esplodere come nuova icona hi-tech del MCU doveva essere questa serie TV Ironheart, e invece la sua conclusione ci porta dritti dritti in discarica. Perché? Perché pare che qualcuno (produttore, sceneggiatore o qualche entità soprannaturale poco benevola) abbia pensato che la via migliore per far decollare il personaggio fosse farlo letteralmente precipitare.
La miniserie Ironheart ci racconta cosa accade a Riri dopo il suo ritorno a Chicago, alle prese con problemi ben più contenuti rispetto a una guerra tra nazioni: difficoltà economiche, minacce criminali e misteriosi elementi soprannaturali. In questo contesto, la ragazza cerca di riparare la sua armatura danneggiata e affermarsi come supereroina; peccato che il suo cammino subisca un’improvvisa e inspiegabile sterzata negativa.
La giovane protagonista ha preso Iron Man come punto di riferimento, ha un’intelligenza fuori dal comune, ha avuto accesso al paese più tecnologicamente avanzato del pianeta (il Wakanda)… e cosa decidono di fare gli sceneggiatori? La trasformano in una criminale coinvolta in faccende oscure legate alla magia. In pratica, prendono un personaggio interessante per il futuro del franchise, lo accartocciano per bene, lo buttano nel cestino e si dimenticano del suo potenziale. Davvero geniale. E pensare che una delle critiche più ricorrenti all’ultima fase Marvel era proprio l’assenza di un personaggio alla Tony Stark, una figura iconica e carismatica capace di reggere il peso della narrazione!

A completare la beffa, durante la serie, Riri ripete spesso una frase: “voglio costruire l’armatura perché posso farlo, voglio realizzare qualcosa di iconico”. Una motivazione che vorrebbe essere potente e ispiratrice, ma che suona più come un meme motivazionale di bassa lega. Il problema è che dietro quell’affermazione si nasconde davvero il nulla: una base narrativa debole, che svuota il personaggio di senso e profondità, e che purtroppo non lascia molte speranze per un suo futuro solido all’interno del MCU.
Per cercare di darle maggiore spessore, le vengono attribuite alcune caratteristiche personali e sociali totalmente prive di originalità; il risultato, purtroppo, è un tuffo nel pozzo dei cliché: il quartiere difficile, la perdita del padre e della migliore amica, l’ambiente ostile e così via. Stereotipi che, lungi dal rappresentare con complessità e dignità la comunità afroamericana, ricalcano la solita formula trita e ritrita.
Anche il contorno umano che la accompagna nel finale è surreale: un’accozzaglia di personaggi messi lì un po’ a caso. La cosa più ridicola? Il ragazzino di circa otto anni, praticamente sconosciuto, che si presenta per aiutare a ricostruire l’armatura andata distrutta e nessun adulto che si chiede chi sia o cosa ci faccia in un luogo così potenzialmente pericoloso. Ma l’incoerenza narrativa raggiunge l’apice quando, nonostante Riri sia ben nota nel quartiere per possedere un’armatura volante che non passa certo inosservata, i suoi avversari non riescono a trovarla mentre lei installa videocamere perimetrali in bella vista… a casa sua.

Il cattivo principale di Ironheart, The Hood, è introdotto male e approfondito peggio. Le sue motivazioni restano nebulose fino alle ultime puntate, per poi rivelarsi banali, prevedibili e prive di qualsiasi spessore. Al contrario, il secondo antagonista, Mephisto, è forse l’unico personaggio a lasciare il segno: enigmatico, manipolatore, sottilmente inquietante. Peccato che arrivi troppo tardi e non venga mai davvero sfruttato. Eviterei di parlare in dettaglio delle prestazioni dei vari attori che, ad eccezione proprio di Sacha Baron Cohen (Ali G, Borat, Il Dittatore) che interpreta il demoniaco manipolatore, sono assolutamente insipide.
Sul piano tecnico, la serie si difende. Gli effetti speciali sono sufficienti e non sfigurano nel contesto MCU. Le scene d’azione si integrano coerentemente con il tono della serie, anche se restano piuttosto scolastiche. Le musiche si limitano a portare a portare a casa la pagnotta: nessun tema memorabile, nessun brano che rimanga in testa. Il ritmo della narrazione è zoppicante: lento e faticoso all’inizio, con un primo episodio che stenta a carburare, e un’accelerazione tardiva che funziona soltanto negli ultimi due episodi. Troppo poco e troppo tardi per dare una vera scossa a un progetto già compromesso.
In definitiva, la Marvel ha sprecato un personaggio che avrebbe potuto rappresentare il futuro cuore tecnologico della nuova generazione di supereroi. Per riproporre Ironheart in modo coerente, si dovrà lavorare molto, soprattutto per restituirle un minimo di credibilità. Per ora, più che diventare un punto di riferimento, Riri sembra destinata a un forzato parcheggio narrativo in discarica (tanto è da lì che provengono la maggior parte dei pezzi che compongono la sua armatura).









