L’assenza dell’Italia ai tavoli che contano

Una delle gravi mancanze dell’attuale esecutivo e’ la completa mancanza di visione strategica; e questa debolezza la stiamo pagando duramente in politica estera.

 

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Negli ultimi 18 mesi si sono susseguiti avvenimenti tali da richiedere un riassetto degli equilibri geopolitici nel Mediterraneo e sul versante dell’Europa contintentale; ma in questo momento cruciale, in cui era necessario tirar fuori gli artigli e usare il proprio peso politico, il nostro governo è rimasto a guardare ed ha fatto scelte oltremodo discutibili.

L’Italia storicamente è uno dei cardini degli equilibri politici legati al Mare Nostrum. Quando negli anni ’70 e ’80, in piena guerra fredda, i vari contendenti non lesinavano colpi bassi a chicchessia, la diplomazia italiana era focalizzata a mediare e trattare con i gruppi terroristici arabi che intendevano agire in Europa contro Israele, contro gli USA e contro i loro interessi; una pratica certo non eticamente accettabile, ma che nei fatti ha portato una sorta di immunità per il nostro paese, una forma di equilibrio nel teatro del Mediterraneo, la possibilità di aprire canali di comunicazione altrimenti impensabili e di disinnescare numerose situazioni pronte ad esplodere. Gli stessi rapporti con la Libia di Gheddafi, per quanto scomodi e difficili da gestire (si vedano i missili SCUD lanciati contro Lampedusa o l’abbattimento del DC-9 Itavia nel 1980), hanno permesso all’Italia di avere una posizione previlegiata nel gioco del dialogo e della diplomazia regionale.

 

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Fino a tutti gli anni ’90 l’Italia si è seduta al tavolo dei grandi mettendosi appena un gradino sotto gli USA e Russia, ed alla pari con tutti gli altri. I governi Andreotti, Berlusconi e D’Alema hanno esercitato con forza la giusta tutela sugli interessi italiani e hanno continuato a mantere il nostro paese nell’ambito di quelli ammessi alla stanza dei bottoni. Poi con l’avvento dell’Unione Europea e dei suoi diktat e di governi chiusi su se stessi (sia i due Berlusconi che il governo Prodi) l’Italia è progressivamente uscita di scena.
Il vero colpo finale è stata l’esautorazione dello stesso Berlusconi nel 2011 a colpi di spread da parte del mercato ad uso esclusivo dei soliti gruppi di potere finanziari; dopo di lui, che certo non era privo di colpe ma sapeva dir no all’UE, i vari Monti, Letta e Renzi hanno completamente affossato l’immagine ed il potere carismatico italiano badando esclusivamente a fare i giochi della finanza speculativa, delle lobby e dei cartelli imprenditoriali di riferimento. Fino al primo governo Conte forse il solo Gentiloni ha gettato un occhio oltre confine, quando però era ormai troppo tardi.

 

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Il primo governo Conte è nato con la promessa di scuotere anche questa situazione, riportando al centro degli interessi italiani l’Italia stessa: 5 Stelle e Lega proclamavano in modi diversi una reazione contro l’Unione Europea, che ben sappiamo essere un teatrino manovrato da Germania e Francia per i loro esclusivi ritorni, e contro un consolidato fronte che mira a mangiarsi le nostre eccellenze produttive e finanziarie.
Eppure, dopo i primi battiti d’ala, anche questa spinta si è fermata. Da una parte la Lega, che mentre tentava un avvicinamento alla Russia di Putin è stato accoltellata alle spalle dai 5 Stelle. Dall’altra il movimento di Grillo che ha steso il tappeto rosso all’accordo sulla “via della Seta” con la Cina, col quale in pratica diventiamo una comoda estensione per l’espansione finanziaria e tecnologica del dragone in Italia, lasciando libero accesso alle nostre infrastrutture tecnologiche dietro la cospicua somma di 7 miliardi di euro per investimenti diretti sulle infrastrutture tradizionali (porti ed autostrade, quello che serve alle merci cinesi per viaggiare).

 

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Ma questo accordo ha fatto sobbalzare sulla sedia i nostri partner europei, e non certo per motivi di secondo piano. Guarda caso, pochi mesi dopo il raggiungimento dell’accordo, allo scatenarsi dell’emergenza Covid, succede qualcosa di particolare: giornali e televisioni di Germania, Inghilterra, Francia e Stati Uniti attaccano a testa bassa l’Italia, diffondendo la falsa idea che lo stivale sia origine e al tempo stesso cavallo di troia dell’infezione virale; e gli unici a venirci in soccorso, fornendo mascherine e medici esperti, sono proprio i cinesi.
È difficile pensare ad una svista o un errore in buona fede. Chi pensa che si sia trattato di un attacco al nostro export e alla nostra economia probabilmente non sbaglia; i prodotti italiani venivano bloccati alle dogane, il più delle volte per motivi privi di senso razionale, e il “marchio-Italia” boicottato sui media in modo grossolano e volgare (ce lo ricordiamo lo spot francese in cui il cuoco sputa sulla pizza prima di servirla?). Il fatto di essere stati additati come gli untori del mondo da parte dei nostri storici alleati (che in realtà non lo sono più da almeno un decennio) non è un caso; tanto più che quando in seguito Trump menzionerà il suo famoso “China-virus”, gli attacchi ai prodotti italiani cesseranno improvvisamente come sono iniziati.

 

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La “via della seta” italiana prioritizza le merci cinesi sulle altre negli hub di transito, rafforzando la posizione dei porti di Venezia e Genova verso il centro e l’est Europa – e Francia (Marsiglia) e Olanda (Rotterdam) sicuramente non vivono benissimo questa competizione, con i porti italiani più vicini alla Cina e più centrali in Europa geograficamente e logisticamente parlando.

Ma il secondo aspetto degli accordi con la Cina, ben più importante, è che si sono poste le basi per spalancare al 5G cinese la gestione delle telecomunicazioni civili e militari in uso in Italia, quindi anche quelle NATO. Un problema fondamentale, che il nostro governo ha incredibilmente sottovalutato o consapevolmente ignorato: come si fa a consegnare le chiavi delle proprie infrastrutture di comunicazione ad una potenza straniera che non è nemmeno nella stessa orbita militare? È notizia di questi giorni il fatto che Trump avrebbe tracciato una linea di demarcazione nei confronti dei paesi alleati degli USA: chi utilizzerà tecnologie cinesi subirà forti ripercussioni da parte americana. La cosa è non solo comprensibile ma addirittura auspicabile, vista la pericolosità della diffusione tentacolare della Cina, un regime dittatoriale a tutti gli effetti, nei gangli produttivi ed informatici del vecchio continente.

 

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In un quadro di debolezza internazionale, con gli USA in ritirata dagli scenari intercontinentali e l’Unione Europea interessata unicamente ad accontentare gli speculatori finanziari ignorando i problemi sociali e territoriali dei suoi membri (si veda quanto non sta succedendo a Bruxelles in merito alla quasi guerra fra Turchia e Grecia), era il momento giusto per imporsi e cercare nuovi partner. Ed invece i nostri politici hanno scelto la strada del topolino, attaccando un possibile avvicinamento alla Russia (partner senz’altro più strategicamente utile all’Italia della Cina: affidabile certo piu’ della Cina, con una visione ed una cultura più simile alla nostra, fornitore di gas e petrolio da cui dipendiamo e non certo timido nel supportare militarmente i suoi alleati) e decidendo di non decidere nulla.

Ma c’è di più: dopo essersi fatti scavalcare da qualsiasi interlocutore possibile negli anni delle primavere arabe e soprattutto della disgregazione della Libia ai tempi del post-Gheddafi, ora si sta concedendo alla Turchia di espandere in modo indisturbato le proprie mire lasciando a Germania (pro-Turchia) e Francia (pro-Unione Europea) il compito di gestire la vicenda. Siamo perfino riusciti a farci umiliare dalla Libia, lasciando che i pozzi petroliferi dell’ENI venissero sequestrati e che ai nostri soldati, inviati per addestrare truppe che oltretutto sono più filo-turche che filo-europee, non venisse concesso il visto di ingresso, il tutto senza proferir parola. Insomma siamo lo zerbino del Mediterraneo, il posto dove ogni africano o medio orientale arriva per entrare in Europa sicuro della completa impunità di cui infatti i clandestini godono (è notizia di oggi il rafforzamento delle misure a supporto dell’immigrazione incontrollata, alla faccia dei decreti sicurezza voluti dalla Lega e approvati congiuntamente ai 5 Stelle lo scorso anno) e con la nostra debolezza facciamo il gioco di quella Turchia che appoggia il fondamentalismo islamico, e lasciando il pallino delle negoziazioni e del controllo degli interessi economici a Francia e Germania.

 

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Gli approssimativi e raffazzonati tentativi di sedere al tavolo dei grandi compiuti negli ultimi mesi sono clamorosi ed inaccettabili fallimenti che sono dolorosi per il nostro prestigio internazionale e fatali alle nostre industrie ed aziende. Conte si vanta molto nelle sue interviste e nelle sue conferenze stampa a reti unificate, ma in campo internazionale è considerato un cavallo minore, un elemento interlocutorio e poco importante nella diplomazia estera; non parliamo di Di Maio: di ministri degli esteri cosi poco rappresentativi, qualificati e preparati non ne ricordo.

In un periodo storico di riassestamento degli equilibri politici, invece di tirar fuori gli attributi e mostrare i denti, questo esecutivo sceglie di tenere un profilo mite, di accontentare tutti, di battere in ritirata in pieno silenzio ogni volta che la controparte si mostra innervosita. L’Italia gioca a fare il vaso di coccio tra i vasi di ferro; solo che in questo gioco si rischia di dover subire le decisioni altrui e di farsi molto, molto male.