La Cina blocca le criptovalute

Lo stato asiatico ha dichiarato illegali possesso e transazioni con criptovalute, e messo fuori gioco il mining. Quali sono le ragioni?

 

 

Pochi giorni fa, su queste pagine avevamo parlato di come El Salvador stesse spalancando le sue porte alle monete virtuali; Bitcoin, Ethereum e simili dovrebbero trovare casa, nella mente del presidente Bukele, in centroamerica. Questo annuncio rischia però di sdoganare un mercato finanziario parallelo gestito unicamente dalla malavita.
La prima reazione forte, a dire il vero non del tutto inattesa, è arrivata dalla Cina. Il colosso economico asiatico ha reso illegali tutte le attività legate alle criptovalute: dal possesso, alle transazioni, al mining (cioè alla ricerca/creazione di criptovaluta).

Le scelte che vengono dalla Cina sono storicamente legate a motivi politici e speculativi, e non c’è motivo di credere che il partito comunista locale abbia intrapreso una crociata per “liberare il mondo dal male”. La realtà è che le criptovalute non sono controllabili dagli stati centrali, e per una dittatura nascosta da una finta democrazia questo non è accettabile.
Mettere fuori gioco le criptovalute significa tornare a controllare e manovrare i flussi monetari e di conseguenza l’economia in modo centralizzato ed assoluto.

A seguito di questa decisione il valore delle principali criptovalute, a partire dal Bitcoin e dall’Ethereum, sono crollati vistosamente e non è facile fare una previsione sulla loro tenuta nel breve-medio periodo. Il 60% del mercato delle criptovalute infatti era localizzato proprio in Cina; ora questi operatori si stanno spostando, dove possibile, in altri territori più favorevoli (inclusi gli Stati Uniti), ma non è detto che la mossa del governo cinese non sia seguita da altri stati importanti, tracciando una linea forte contro queste valute virtuali.

Nate inizialmente come strumento indipendente per scardinare la forza dei poteri bancari, oggi le criptovalute sono racchiudono in se il peggio del progresso teconologico. La loro intrinseca capacità nascondere autori, destinatari e ammontare delle transazioni è di fatto un regalo a qualsiasi malavitoso in grado di utilizzare un computer; ed infatti i reati legati all’utilizzo di criptovalute come mezzo di pagamento/riscatto sono esponenzialmente aumentati negli ultimi anni, concedendo impunità ed anonimato.

 

 

C’è poi un altro fattore da tenere a mente. Il mining, cioè la raccolta/creazione di moneta virtuale, avviene tramite complesse e pesanti operazioni matematiche compiute spesso da grandi batterie di server dotate di schede grafiche la cui capacità di calcolo viene sfruttata per questo scopo. Solo dopo mesi di lavoro si ottiene qualche piccolo risultato in termini remunerativi; il problema è che il mining sta creando un vero problema dal punto di vista energetico e dell’inquinamento.
La quantità di computer utilizzati in modo intensivo per il mining infatti ha creato un’impennata nei consumi energetici, che per essere prodotta richiede una esorbitante quantità di materie prime – e questo proprio mentre si cerca di ridurre le emissioni dannose per il pianeta. Per dare un’idea dell’impatto di questo fenomento, l’attuale crisi energetica globale, della quale stiamo vedendo solo le avvisaglie con gli annunciati rincari delle bollette, è causata in parte anche dal mining.

La scelta cinese di chiudere alle monete virtuali è probabilmente dettata solo da motivi economici interni, ma se le ricadute sono quelle di castrare, almeno parzialmente, le transazioni legate alla criminalità e il consumo (spreco?) di energia elettrica, ben venga. Sperando che questa decisione venga rapidamente adottata anche dal resto della comunità internazionale e che la Cina, a sua volta, non lanci una criptovaluta di stato come si vocifera in certi ambienti finanziari.

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