L’atomica iraniana: quando la paura diventa un bene commerciabile

L’Iran ha fatto sapere di essere pronto alla costruzione di un ordigno atomico; probabilmente però più che un’arma è una merce di scambio.

 

 

Mohammad Eslami, capo dell’Agenzia per l’energia atomica di Teheran, ha recentemente annunciato che lo Stato iraniano è tecnicamente pronto alla costruzione di una propria bomba atomica, ma che questa eventualità al momento non è prioritaria nell’agenda politica del Paese.

Nella notte di lunedì, tuttavia, la stessa Agenzia ha ricevuto l’incarico dal governo centrale di Teheran di mettere in funzione centinaia di nuove centrifughe atte all’arricchimento dell’Uranio, elemento essenziale per la costruzione di ordigni nucleari. Questo atto smentisce in parte le velleità non nucleari espresse dal capo della medesima Agenzia.

Il programma nucleare iraniano è stato l’oggetto di diverse strategie politiche negli ultimi vent’anni, condizionato soprattutto dall’atteggiamento adottato nei suoi confronti dagli Stati Uniti: se la presidenza Obama infatti puntava ad un allentamento della tensione fra i due stati tramite l’alleggerimento delle sanzioni economiche in cambio della garanzia di un uso pacifico del nucleare, al contrario l’amministrazione Trump, fortemente convinta del potenziale bellico americano, ha preferito ripristinare le sanzioni economiche contro l’Iran con l’intento di non scendere a compromessi con il cosiddetto “Stato canaglia”.

 

 

L’Iran, che aveva accettato di buon grado un ridimensionamento del suo programma nucleare in cambio dell’allentamento delle sanzioni economiche voluto da Obama, ha reagito di conseguenza alla politica trumpiana e, con la legge del 2020 denominata “Azione strategica”, ha aumentato i suoi sforzi per implementare il suo programma nucleare con lo scopo di avere un deterrente in grado di spaventare i suoi diretti antagonisti ed avere quindi un peso specifico maggiore ad un ipotetico tavolo delle trattative.

Il ritorno ad un’amministrazione democratica degli Stati Uniti può essere un vantaggio per l’Iran: la corsa agli armamenti nucleari iraniani è infatti una preoccupazione che l’amministrazione Biden non vuole avere nella sua agenda, improntata maggiormente verso un risanamento dell’economia del Paese, falcidiata dalla pandemia, oltre che da un aumento delle operazioni, e quindi dei costi, militari.

Tehran ha con molta probabilità capito questo punto, e le recenti dichiarazioni di Eslami possono essere interpretate proprio secondo quest’ottica: l’Iran è pronto al nucleare, non ha interesse ad usarlo al momento, in quanto non sarebbe effettivamente pronto ad un conflitto su larga scala, ma se le sanzioni dovessero continuare, aggravando un’economia già dilaniata da embarghi e pandemia, l’interesse ad usarlo potrebbe sorgere spontaneamente come estremo rimedio.

Il riavvicinamento fra Stati Uniti e Iran tuttavia non sarebbe circoscritto unicamente al contesto nucleare: c’è infatti da considerare tutta la rete di alleanze che attualmente i due paesi intrattengono parallelamente, e che potrebbe vacillare, se non implodere del tutto, nel caso in cui questo riavvicinamento andasse a buon fine; gli Stati Uniti hanno una storica e proficua alleanza economico-militare con Israele, e un’intricata quanto ambigua cooperazione con l’Arabia Saudita, entrambi storici antagonisti dello Stato iraniano.

 

 

L’Iran, dal canto suo, intrattiene una proficua alleanza commerciale con la Russia, che spaventa e non poco il mondo occidentale data l’enorme disponibilità di asset energetici, sfociata poi anche in alleanza militare, come nel caso della guerra in Siria, dove però gli interessi iraniani sono legati maggiormente alla salvaguardia del regime sciita di Bashar Al-Assad, alleato storico nell’area e baluardo contro le aspirazioni di potere sunnita finanziate e supportate sopratutto dall’Arabia Saudita.

Un’altra fondamentale e pesante alleanza che l’Iran intrattiene è quella con la Cina, in un rapporto dedito quasi unicamente al sovvertimento dell’unilateralismo militare americano, anche se, con l’avvento della Nuova Via della Seta, Cina e Iran stanno iniziando a collaborare con maggiore profondità anche nel contesto economico e infrastrutturale.

Ci sarebbe poi il jolly Turchia, uno Stato impegnato a livello di alleanze su entrambi i fronti, data la sua appartenenza alla NATO e al contempo la sua malcelata simpatia per le potenze anti-americane; questo sentimento recentemente ha fatto sedere Erdogan al tavolo delle trattative proprio con Raisi, Presidente in carica della Repubblica islamica, e Putin, con il quale ha proficuamente collaborato di recente per il passaggio del grano russo nel Mar Nero.

 

 

Alla luce di tutto ciò il programma nucleare iraniano sembrerebbe assumere i contorni più di un’esca lanciata nel mare della geopolitica con l’intento di catturare gli interessi di una frastornata amministrazione americana, impegnata con fatica su più fronti per il mantenimento del proprio status quo, che di un’arma finalizzata alla distruzione di massa; la consuetudine della politica è tirare l’acqua al proprio mulino, e anche in questa occasione la consuetudine pare che venga rispettata.

In una vicenda che può lasciare presagire scenari spaventosi è ironico pensare che l’ipotetica costruzione di un’arma nucleare desti tanta preoccupazione dal momento che, proprio in questo momento, nel mondo ce ne sono 13.123 pronte per essere usate.

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