Con un’atmosfera asettica, cupa e disumanizzante, L’Uomo Che Fuggì Dal Futuro racconta una storia capace di colpire ancora oggi.

THX 1138, o come lo conosciamo in Italia L’Uomo Che Fuggì Dal Futuro, è uno di quei film che non possono non lasciare una traccia nello spettatore.
Uscito nel 1971, L’Uomo Che Fuggì Dal Futuro è più il racconto di una società che di un singolo individuo, la cui storia serve soprattutto a mostrare un mondo innaturale frutto della tecnologia e della distruzione del nostro habitat.
Confinati nel sottosuolo in un futuro non meglio specificato, gli uomini conducono una vita estremamente schematica, definita e gestita da automatismi e controllori, dove ogni aspetto della vita personale (amore, sesso, amicizia, tempo libero) viene maniacalmente imposto da un sistema centrale che utilizza gli esseri umani come forza lavoro prima che come persone. Grazie all’interruzione dell’assunzione delle droghe obbligatorie, l’individuo THX 1138 comincia a comprendere ciò che lo circonda e inizia a pensare a come fuggire da quella prigione senza sbarre.

L’Uomo Che Fuggì Dal Futuro – THX 1138 è un film assolutamente sui generis, non certo facile da digerire per palati meno raffinati. L’introduzione al film ed al mondo proposto non è graduale, non ci sono i classici “spiegoni” della cinematografia contemporanea; occorre cercare di calarsi in una realtà diversa e impensabile, ma che comunque possiede numerosi punti di contatto con la società odierna (e pensare che il film ha più di 50 anni!).
Il ritmo molto lento, l’assoluta asetticità degli ambienti, l’uniformità fisica dei protagonisti e le dinamiche della società proposta sono tutti elementi fortemente caratteristici del film. È innegabile che allo spettatore si richieda un certo impegno per seguire e capire L’Uomo Che Fuggì Dal Futuro, specialmente nella prima mezz’ora di proiezione.

Il risultato finale è però di altissimo livello; vengono messi sul tavolo tanti elementi che oggi ancor più che nel 1971 sono sul tavolo della nostra società: il condizionamento imposto dalla tecnologia, il controllo operato tramite la tecnologia stessa, l’ottenebrazione della popolazione tramite droghe o intrattenimenti di facile accesso.
Sebbene sul finale il film viri verso una sequenza di azione (comunque di breve durata), la sua evoluzione è centrata sulla presentazione della disumanizzazione dell’uomo nell’epoca tecnologica, sulla pervasività del controllo governativo e sulla modellazione di modelli culturali privi di dialogo, critica e discussione.

La mente dietro L’Uomo Che Fuggì Dal Futuro – THX 1138 è niente meno è George Lucas, qui sceneggiatore e regista, e deus ex machina di pellicole di rilievo come American Graffiti, di Willow, di tutta la saga di Guerre Stellari e di quella di Indiana Jones. Non è quindi un caso se L’Uomo Che Fuggì Dal Futuro – THX 1138 è una pellicola tanto ben riuscita per quanto particolare.
Il cast è ristretto e, proprio per la necessità di impersonare individui estremamente asettici, non spicca particolarmente. Il protagonista è interpretato da Robert Duvall (M*A*S*H*, Il Padrino, Quinto Potere, Terrore Dallo Spazio Profondo, Apocalypse Now, Il Migliore, Colors – Colori Di Guerra, Giorni Di Tuono, Un Giorno Di Ordinaria Follia, Cronisti D’Assalto, Deep Impact, Fuori In 60 Secondi, John Q, The Road), mentre al suo fianco troviamo, per brevi momenti durante la pellicola, Donald Pleasence (La Grande Fuga, La Più Grande Storia Mai Raccontata, Viaggio Allucinante, La Notte Dei Generali, Agente 007 – Si Vive Solo Due Volte, … Altrimenti Ci Arrabbiamo!, Il Club Dei Mostri, 1997: Fuga Da New York, Phenomena, Dien Bien Phu) e Maggie McOmie.
Ottima la fotografia: non ci sono particolari effetti speciali o inquadrature da far strappare i capelli, ma nel complesso tutto il girato ha il suo forte impatto emotivo e le scene e gli ambienti risultano verosimili.

L’Uomo Che Fuggì Dal Futuro – THX 1138 è uno di quei rari film senza tempo capaci non solo di catturare uno spettatore attento, ma che rimane centrale nella cinematografia di fantascienza e per la sua qualità narrativa e per la capacità di influenzare produzioni successive.









