Una delle pellicole maggiormente iconiche nel suo genere, Brazil colpisce però più per la sua ambientazione che per la capacità di conquistare lo spettatore.

Quando si parla di film grotteschi e paradossali, Brazil è uno dei primi che viene alla mente. Grazie al mondo surreale teorizzato da Terry Gilliam, il film infatti è capace di proporre qualcosa di unico ed affascinante; peccato che questo sia calato in una produzione non tutto convincente.
In Brazil ci troviamo in un non meglio specificato Stato europeo della fine del XX secolo (che per ovvi motivi ricorda moltissimo l’Inghilterra) e nel quale la burocrazia ha preso il sopravvento; il Ministero Dell’Informazione è in realtà l’equivalente di un potere onnipresente e dispotico, e questo ha reso evidentissime le disparità sociali. La borghesia e la classe benestante è anestetizzata dalla routine e dal denaro, mentre le fasce di popolazione più povere si trovano a barcamenarsi tra lavori usuranti e paghe da fame.

Brazil è quindi un film politico, fortemente critico della direzione verso la quale l’Inghilterra stava marciando in quegli anni; ed effettivamente, guardando la pellicola a più ampio spettro, è una buona anticipazione di ciò che è diventato, almeno in parte, il mondo occidentale al giorno d’oggi.
Brazil però non è un film drammatico o di aspra critica ideologica; pur volendo evidenziare le follie di una cultura consumista e incentrata sulla burocratizzazione di ogni aspetto della vita dei cittadini, lo strumento scelto da Terry Gilliam è quello della satira (praticamente mai becera) e del sottile umorismo che aveva sperimentato con i Monty Phyton a partire dalla fine degli anni ’60.
Gilliam però non riesce a riprodurre in Brazil gli scoppiettanti ritmi sostenuti a forza di surreali gag tipiche del gruppo di comici di cui faceva parte; nonostante sia evidente il richiamo allo stesso stile, qui i tempi rallentati, le scene inutilmente lunghe, i dialoghi talvolta stucchevoli e certe sottotrame completamente inutili (come il forzoso elemento narrativo dell’immancabile storia d’amore) non fanno altro che annacquare quello che, sfrondato di tanti inutili momenti superflui, sarebbe potuto essere un capolavoro.

Invece purtroppo Brazil risulta noioso, lento, privo di mordente, talvolta addirittura illogico e forzato; manca quel brio che dovrebbe contraddistinguere una pellicola particolare e sicuramente intelligente come Brazil comunque è. Il film di Terry Gilliam (anche regista di Monty Phyton E Il Sacro Graal, Le Avventure Del Barone Di Munchausen, L’Esercito Delle 12 Scimmie, Paura E Delirio A Las Vegas, The Zero Theorem) non si può certo tacciare di dozzinalità o mancanza di ispirazione; lo stile inimitabile, il mondo nel quale si muovono gli attori (che ricorda moltissimo proprio L’Esercito Delle 12 Scimmie) e le intuizioni del regista inglese arricchiscono una pellicola più unica che rara.
Il comparto attoriale è ricco, ma paradossalmente non aiuta la pellicola a prendere quota. Il protagonista è un giovane Jonathan Pryce (Le Avventure Del Barone Di Munchausen, Ronin, Stigmate, La Maledizione Della Prima Luna e gli altri film dei Pirati Dei Caraibi, Il Trono Di Spade, Il Problema Dei 3 Corpi) che interpreta molto bene quello di uno svampito e spaesato impiegato amministrativo del Ministero. Price è però molto meno credibile quando sveste i panni dell’impiegatuccio per tentare di mettersi quelli dell’eroe per caso; di pari passo, Kim Griest risulta essere fastidiosa ed antipatica pur dovendo interpretare il ruolo della forte donna misteriosa. Lo stesso Michael Palin, membro storico dei Monty Phyton, non funziona nel ruolo dell’amico del protagonista: il suo volto mal si sposa con quello di un algido servitore dello Stato.

Le uniche note positive arrivano da tre figure comprimarie ma che, sia per il calibro degli interpreti che per i personaggi stessi, potevano essere molto meglio sfruttati: Ian Holm, Robert De Niro e Bob Hoskins riescono a confezionare praticamente i soli momenti esplosivi o comici durante le oltre due ore di proiezione; e questo ribadisce il concetto che, tagliando il non necessario, Brazil sarebbe stata una magnifica visione.
A questo si aggiunga il penoso doppiaggio della versione italiana: molti comprimari, a partire dallo stesso Michael Palin, sono doppiati da voci assolutamente inadatte e incapaci di trasmettere qualsiavoglia emozione. Insomma, una spece di macigno al collo che peggiora ancora di più la situazione.
Nonostante le sue note positive, avvicinarsi oggi a Brazil richiede tenacia e motivazione; il film non decolla mai, arrivando addirittura a scadere nella melensità sul finale (che comunque stupirà chi avrà la forza di arrivare a vederlo). Brazil è un film non consigliabile, ma che gli amanti del cinema dovrebbero assolutamente vedere per cogliere i riferimenti di un tipo di cinema che Terry Gilliam arriverà a proporre con successo negli anni seguenti.









