Roma contro Veio: la caduta della città etrusca

La guerra tra Roma e Veio raggiunge il culmine in un assedio implacabile, ultimo atto di una rivalità che aveva insanguinato il Tevere per secoli.

 

 

Dopo la tragedia dei Fabii e la disfatta del Cremera, i rapporti tra Roma e Veio attraversarono un lungo periodo di tregua armata. Nessuna delle due città era in grado di infliggere il colpo decisivo, e per decenni il conflitto rimase sopito, pronto a riaccendersi alla prima occasione; tuttavia la bilancia del potere aveva ormai iniziato a pendere in favore di Roma. L’espansione territoriale, le alleanze con altre comunità laziali e la crescente organizzazione militare posero le basi per un predominio che solo il tempo avrebbe reso definitivo.

Veio, dal canto suo, continuò a prosperare: le sue mura monumentali, la ricchezza delle campagne e il controllo delle vie commerciali le garantirono ancora per anni un ruolo di primo piano nel Lazio etrusco. Ma la potenza romana cresceva in modo inesorabile: la città sul Tevere, più dinamica e più popolosa, consolidava le proprie istituzioni repubblicane e vedeva affermarsi una nuova classe dirigente pronta a misurarsi con i grandi nemici del passato. Quando, sul finire del V secolo, la tensione riesplose, nessuno poteva più illudersi che si sarebbe trattato di una guerra come le precedenti.

Le cause del nuovo conflitto furono molteplici: alcune antiche, legate al controllo del Tevere e delle saline; altre, più recenti, come le dispute per i territori di confine, i saccheggi reciproci e le interferenze nelle alleanze locali. La miccia fu accesa da Fidene, città posta tra Roma e Veio, che passò nuovamente dalla parte etrusca costringendo i Romani a un intervento armato. La guerra che ne seguì fu lunga e logorante, ma segnò una svolta epocale: per la prima volta nella sua storia, Roma decise di mantenere un esercito permanente in campo anche durante l’inverno, pagando i soldati con un salario fisso. Quella misura, votata dal Senato e accolta con entusiasmo dal popolo, cambiò per sempre la struttura militare e politica della Repubblica.

La ribellione di Fidene inoltre non rappresentava un episodio isolato: l’Etruria meridionale, da sempre gelosa del predominio romano sul basso Tevere, vedeva in quella città una testa di ponte ideale per colpire l’Urbe. Veio fornì aiuti militari e rifugio ai ribelli, e presto la guerra riesplose con violenza. Roma reagì con forza: le legioni romane, guidate dai consoli Aulo Servilio e Lucio Verginio, marciarono contro Fidene e la assediarono. Dopo una lunga campagna, la città fu espugnata e rasa al suolo. Molti dei suoi abitanti furono uccisi o venduti come schiavi e altri deportati, ma la vittoria non pose fine al conflitto nella regione; per i successivi decenni infatti, Roma e Veio continuarono una guerra di usura. Le campagne si susseguivano senza esiti definitivi: i Veienti si chiudevano dietro le loro mura di tufo, i Romani devastavano le campagne nemiche senza riuscire a penetrare nella città.

Roma decise allora di porre fine una volta per tutte al conflitto con l’eterna nemica, portando la guerra direttamente sotto le mura di Veio: era il 406 a.C.

 

 

L’assedio di Veio si rivelò subito un’impresa enorme. Le mura della città erano imponenti, costruite in blocchi di tufo e integrate perfettamente con le difese naturali dell’altopiano. Ogni tentativo di sfondamento diretto fallì. Le cronache di Livio e di Dionigi di Alicarnasso raccontano che le operazioni durarono quasi dieci anni, un periodo interminabile in cui eserciti e generazioni si succedettero ai piedi delle mura nemiche. Il conflitto assunse così i tratti di una guerra totale, di usura e pazienza, molto simile a ciò che il Medioevo conoscerà nei secoli successivi.

Durante questi anni, Roma affrontò anche momenti di crisi interna. Il malcontento tra i soldati crebbe, stanchi della lunga permanenza lontano da casa e delle difficoltà economiche, e alcuni generali furono accusati di incompetenza o di corruzione, tanto che il Senato dovette nominare un dittatore per ristabilire l’ordine. Fu allora che emerse la figura destinata a entrare nella leggenda: Marco Furio Camillo. Di nobili origini ma di temperamento energico e pragmatico, Camillo seppe ridare fiducia ai soldati e impostò l’assedio su basi nuove: fece completare le fortificazioni attorno a Veio per isolarla completamente, e ordinò la costruzione di gallerie sotterranee per penetrare nelle mura senza doverle abbattere.

La leggenda racconta che, prima di dare l’assalto finale, Camillo consultò l’oracolo di Delfi e promise di dedicare il decimo del bottino a Apollo. Quando i tunnel sotto Veio furono completati, i Romani irruppero nella città cogliendo i difensori di sorpresa. Il re di Veio, secondo la tradizione, stava effettuando un sacrificio a Giunone quando le truppe romane fecero irruzione nel tempio; in tutta la città la resistenza fu feroce ma breve. Veio città venne presa e saccheggiata, e il bottino fu immenso: Roma non aveva mai conosciuto una conquista tanto ricca.

Dopo la vittoria, Camillo celebrò un trionfo grandioso. Portò a Roma statue, armi e tesori, ma soprattutto la statua di Giunone Regina, che – raccontarono gli annalisti – avrebbe seguito spontaneamente i Romani nella nuova sede sul Campidoglio. Il gesto ebbe un significato simbolico profondo: non solo Roma aveva sconfitto la sua più antica rivale, ma aveva anche ereditato il suo prestigio religioso e culturale. La caduta di Veio, nel 396 a.C, segnò l’inizio della supremazia romana nel Lazio.

Eppure, quella vittoria non fu priva di contrasti: il popolo accusò Camillo di non aver mantenuto il voto fatto ad Apollo, e il generale venne processato e costretto all’esilio. Da Tuscolo, dove si ritirò, assistette da lontano al rapido declino della situazione interna. I Romani, infatti, inebriati dal successo, decisero di inviare coloni nel territorio di Veio, ma la città conquistata non tornò mai a essere un centro vitale come un tempo; i resti delle sue mura e dei suoi templi rimasero a lungo a testimoniare un passato glorioso, ma irrimediabilmente perduto. Solo pochi anni dopo, nel 390 a.C, Roma stessa conobbe la paura e la distruzione con l’invasione dei Galli di Brenno: quando le orde galliche incendiarono la città, molti videro in quel disastro il castigo divino per il trattamento riservato a Veio e per l’ingiustizia subita da Camillo. Fu proprio lui, richiamato dall’esilio, a guidare la rinascita della città, guadagnandosi il titolo di “secondo fondatore di Roma”.

 

 

Col senno di poi, la guerra contro Veio apparve come una tappa inevitabile del destino romano. Non fu solo una questione di conquista territoriale, ma il banco di prova attraverso il quale Roma definì sé stessa: la sua capacità di resistere, di organizzarsi, di reinventarsi di fronte alle difficoltà. La caduta di Veio mostrò che Roma non era più una potenza tra le tante, ma un organismo politico e militare destinato a dominare la penisola nei secoli a venire.

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