The Bear – Stagione 1: la recensione

The Bear, serie televisiva ambientata nel mondo della ristorazione, sembra essere ciò che tutti aspettavano da tanto tempo; ma è davvero così meravigliosa?

 

 

Osannato dalla critica e acclamato dal pubblico, The Bear sembra essere quella serie TV che esce una volta ogni dieci anni e che non si deve assolutamente perdere; purtroppo la sensazione che mi ha lasciato addosso dopo averla vista è tutt’altro che positiva. The Bear racconta il mondo della ristorazione in modo brutale e spietato; la maggior parte delle persone che ci lavora non è né felice né tantomeno soddisfatta. Gli orari di lavoro sono spesso estenuanti e la paga non è particolarmente gratificante. Una visione assolutamente negativa di un mondo tossico, violento e deprimente.

The Bear è stato pensato per annegare lo spettatore in una frenetica narrazione che racchiude in sé davvero il peggio della ristorazione. Carmen Anthony Berzatto detto “Carmy”, interpretato da Jeremy Allen White, è il protagonista di questa storia: uno chef che ha lavorato in uno dei migliori ristoranti stellati d’America. Alla morte del fratello eredita il The Original Beef Of Chicagoland, il locale di famiglia che è a tutti gli effetti una paninoteca all’italiana (e qui permettetemi di stendere un inesorabile velo pietoso sulla bestemmia che gli autori di questo prodotto hanno perpetrato ai danni della cucina italiana nel mondo). Carmy si ritrova quindi proprietario di un locale fatiscente e pieno di debiti, con una brigata di cuochi indisciplinati ed un incasinatissimo gruppo di amici che prova ad aiutarlo. Tutto sembra pronto a deflagrare in un sonoro fallimento, ma non vi preoccupate, le cose andranno decisamente peggio delle aspettative.

The Bear non ha un vero e proprio filo conduttore che introduce per mano lo spettatore nella storia narrata; infatti chi guarda questa serie si sente abbandonato a sé stesso. La sensazione che domina su tutto è quella della frenesia e della pura confusione; in particolar modo i primi episodi sembrano del tutto slegati tra loro ed anche gli eventi narrati danno l’impressione di essere presi e buttati a casaccio nel “piatto”. Il primo impatto con questo prodotto è stato particolarmente sgradevole, ma ci può stare se tutto questo è propedeutico a favorire risvolti spettacolari durante la stagione; purtroppo il caos non abbandona mai The Bear e, a peggiorare ulteriormente le cose, arriva anche un colpo di scena finale tra i più insensati che io abbia mai visto.

 

 

La storia avanza seguendo praticamente la quotidianità della vita nel ristorante; in effetti, tralasciando pochi esterni che inquadrano le vedute di Chicago, tutto si svolge prevalentemente nella cucina. La serie però non si limita a narrare la routine, ma affronta anche tematiche importanti come il lutto, la tossicodipendenza, il suicidio, la depressione, la frustrazione, la violenza e la morte. C’è quindi una profondità di argomenti che non ti aspetti e che forzatamente vengono affrontati sempre e solo nel cuore pulsante del locale, dando però così l’impressione che questo lavoro sia la causa di tutti i problemi.

La stessa caratterizzazione dei personaggi è strutturata proprio per esaltare determinati problemi e determinate tematiche all’ interno della cucina. L’esempio principe di questa tendenza è lo stesso Carmy, che si ritrova a gestire una situazione disperata annaspando nella sua sofferenza e nelle sue paure. Le scelte fatte dal nostro protagonista però possono essere interpretate in diversi modi e non sempre il sacrificio coincide con la scelta migliore; alcune decisioni prese dallo chef sono proprio meri atti di codardia che rendono però il personaggio molto umano, anche se piuttosto squilibrato.

Chi invece si trincera dietro alla studiata armatura di un classico “cazzone” italoamericano è Richie Jerimovich, interpretato da un ottimo Ebon Moss-Bachrach, che cerca disperatamente di sembrare quello che in fin dei conti non è. La sua sofferenza e la sua solitudine sono abissali e l’unica cosa che lo tiene a ancora attaccato alla vita è proprio il lavoro al The Original Beef Of Chicagoland: un esempio di personaggio estremo che purtroppo sembra sempre più presente nella nostra società.
Il resto del cast riesce a creare una buona interazione che alimenta e sostiene il palcoscenico creato ad arte nella cucina.

 

 

Il ritmo narrativo è stordente, estremamente dissonante dalle canoniche proposte, cosa che sicuramente ha entusiasmato quella critica di settore che cerca sempre il sensazionalismo e la novità bislacca. Sinceramente vado volentieri contro corrente definendo invece la regia di The Bear particolarmente confusionaria, con un’accozzaglia di ottime storie personali che però non sono minimamente legate al mondo della cucina, ma ai personaggi che ci lavorano. Creare frenesia in una storia strutturata è più che sacrosanto; creare invece confusione con una narrazione spezzettata e caotica non è la stessa cosa, e di certo non regala allo spettatore la giusta sensazione pur ammettendo che l’accompagnamento musicale funzioni molto bene.

I personaggi e i problemi presentati sono ottimi. La regia prova a fare qualcosa di diverso, ma alla fine non crea la giusta sensazione di frenesia ed instabilità; il finale di stagione lascia forti dubbi che dovranno essere spiegati.

 

The Bear – Stagione 1, 2022
Voto: 6
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