UE, la Russia è uno Stato sponsor del terrorismo. Tra simbolismo politico e scenari futuri

Decisione simbolica o punto di non ritorno? La decisione dell’Unione Europea potrebbe avere importanti ripercussioni nei prossimi mesi.

 

 

Dall’inizio della guerra in Ucraina, Mosca è passata in meno di un anno da partner energetico vitale a nemico dell’UE; è notizia di fine novembre il voto del Parlamento Europeo che ha designato la Federazione Russa quale Stato sponsor del terrorismo. Come si legge nel sito istituzionale dell’organo legislativo dell’Unione, le motivazioni  sono da ricercare negli attacchi portati a danni dei civili ucraini e alle strutture energetiche del Paese. Le forze armate russe e le varie formazioni proxy del Cremlino, sono ritenute colpevoli di aver infranto il diritto internazionale e di essersi macchiate di crimini di guerra. La risoluzione di condanna è stata approvata con 494 voti a favore, 58 contrari e 44 astensioni.

La dichiarazione è nei fatti simbolica e non vincola gli Stati Membri ad adottare politiche o dichiarazioni sulla stessa falsariga, anche se alcuni esecutivi europei si stanno già muovendo in tal senso. La Polonia e i Paesi baltici ad oggi sembrano quelli più determinati nel voler adottare un approccio antirusso tout court; se il Parlamento Europeo ha parlato di Stato sponsor del terrorismo, polacchi e baltici propendono per designare la Russia quale Stato terrorista. Estonia, Lituania e Lettonia si riferivano a Mosca come entità terrorista già prima della guerra in Ucraina; posizioni da sempre ritenute eccessive a Bruxelles ma che oggi si sposano con la politica estera dell’Unione.

 

 

Le dichiarazioni non producono necessariamente fatti ma sono manifestazioni programmatiche, una specie di simbolismo politico fatto di parole. Siamo quasi all’anniversario dell’invasione, l’inverno è alle porte, gli ucraini gelano, l’energia è arrivata a prezzi stellari così come le materie prime; tutto questo potrebbe giustificare in parte un approccio conciliante con il nemico russo da parte europea. Invece no, questa dichiarazione risulta essere un inequivocabile messaggio al Cremlino e ai suoi sostenitori: nessuno sconto verrà fatto a Mosca. In questi mesi gli Stati europei hanno lavorato per diminuire la propria dipendenza dal gas russo, riscoprendo la propria proiezione naturale verso il Nord Africa. Pensiamo all’Austria, prima della guerra dipendeva per più dell’80% dal gas russo mentre adesso le proprie forniture vengono solo per il 20% dalla Federazione. Gli Stati Membri hanno indicato una linea politica e la stanno seguendo, dimostrando una solidarietà comune unica nella storia dell’UE.

In Europa rimangono però anche degli alleati del Cremlino, parliamo di Ungheria e Serbia, che in modo più o meno palese sembrano avere idee in linea con quelle putiniane. Orban agisce proprio in seno all’UE, trovandosi anche in questa occasione in disaccordo con le scelte prese a Bruxelles; il Presidente ungherese ha recentemente dato sfoggio delle proprie idee revansciste presentandosi in pubblico con una camicia raffigurante i confini della Grande Ungheria, confini che comprendono anche zone dell’attuale Ucraina. Il Presidente serbo Aleksandar Vucic rimane invece fedele al secolare rapporto d’amicizia tra Belgrado e Mosca, un legame che ha sempre tenuto in allarme i balcani e l’Europa.

 

 

Il 2023 assume sempre più le sembianze di un anno spartiacque delle relazioni Est-Ovest in Europa. Il blocco filosovietico che continuava ad orbitare sotto l’influenza del Cremlino anche dopo la caduta del muro sembra sgretolarsi; Ucraina e Moldavia hanno già intrapreso l’iter per entrare nell’Unione Europea, tutto ciò mentre anche la NATO allarga i propri confini verso il Nord-Est del continente. In meno di un anno Kyev è passata da cuscinetto antisovietico a baluardo dei valori eurocentrici diventando il baricentro della solidarietà europea. Senza un compromesso o una debacle di uno dei due fronti le dichiarazioni si faranno sempre più forti e da lì il passo verso uno scontro più ampio potrebbe essere breve.

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