Un cuore per sperare, un cuore per piangere

La straziante vicenda del bimbo a cui è stato trapiantato un cuore danneggiato deve fare da monito su quanta superficialità accompagna i nostri gesti.

 

 

Quando si analizzano fatti di cronaca e di politica che fanno ribollere il sangue, è difficile trattenersi. Ma la storia del bambino dal cuore malato ma ancora funzionante al quale ne è stato innestato uno letteralmente bruciato durante il trasporto da Bolzano a Napoli è qualcosa che va oltre: azzera la rabbia e le tante allibite domande che restano sul tavolo. E questo perchè, semplicemente, sappiamo che un bambino morirà e non possiamo fare più niente per impedirlo.

Che il bimbo non avrebbe avuto una seconda possibilità era ovvio anche per i non addetti ai lavori: con gli organi interni che avevano già iniziato a cedere, la dura scelta su chi scegliere per il prossimo cuore a disposione non poteva ricadere su di lui. Sorpresa e speranza aveva destato la notizia che un nuovo consulto sembrava aprire la porta ad un tentativo disperato, ma il responso medico dello scorso mercoledì ha confermato quanto tutti purtroppo ci attendevamo.

Sulle evidenti e scandalose inadempienze indagherà poi la magistratura, che si spera, per una volta, faccia il suo lavoro senza influenze politiche o di comodo, ed evidenzi come sia stato tecnicamente possibile scambiare, o non sapere, quale ghiaccio usare. Probabilmente la colpa ricadrà su chi il trasporto lo ha preparato e su chi lo ha verificato; alla fine ci sarà un risarcimento alla famiglia, un blocco della carriera o l’interruzione del rapporto lavorativo; il carcere no, oggettivamente non avrebbe senso, anche considerando quanto questa vicenda sia assurda.

Quello che però rimane, forte, è un senso di impotenza, di ingiustizia, di un epilogo che si poteva facilmente evitare.
Rimane una madre disperata nella sua sobrietà e che sta affrontando la questione con la forza di una leonessa. Rimane un padre, che invece si è mantenuto lontano dalle telecamere e che sta soffrendo alla stessa maniera, in disparte, con una dignità che molti dovrebbero invidiare.
Resta sicuramente il rimorso ed il dramma di chi l’errore l’ha commesso, e di chi, senza colpa, ha per forza di cose sentenziato che il bambino non fosse più operabile, pronunciando parole e stilando referti che inevitabilmente sono accompagnati dalla morte nel cuore.
E poi rimane lui, lo sfortunato protagonista di tutta questa triste storia, un innocente che la vita l’ha assaporata solo di striscio e non certo in modo facile, e che mentre scrivo non può sapere che le sue ore tra i vivi volgono al termine.

Personalmente, pensando a tutto questo provo un gran magone. Questa storia non deve finire con un pianto di madre, una disperazione di padre, una vita finita ed altre rovinate. A questa storia, per poter essere accettabile, bisogna dare un senso.
Ed il senso è che tutti noi dobbiamo porre maggiore attenzione a quel che facciamo, dobbiamo ragionare sui nostri gesti, dobbiamo pensare alle conseguenze delle nostre scelte, dobbiamo agire in modo consapevole. Dobbiamo evitare di farci distrarre dalle mille diavolerie che la vita odierna ci offre, e rimanere concentrati su quel che stiamo facendo. Che si tratti di guidare con il telefonino in mano, di non stringere un bullone parlando di pallone, di utilizzare i fornelli mentre si segue la televisione, tutti noi ci mettiamo nelle condizioni di fare e di farci del male.

Oramai quel che è fatto è fatto. E se le leggi degli uomini faranno probabilmente il loro corso, spetta agli uomini stessi imparare ad evitare che fatti analoghi, intesi ad ampio spettro, possano ripetersi. Un gesto di distrazione che cagioni danni irreparabili al prossimo o a sé stessi può accadere chiunque; la consapevolezza di quel che stiamo facendo può fare la differenza..

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