Wandance – Stagione 1: la recensione

Raccontare la danza attraverso l’animazione è una sfida complessa; WanDance trasforma il movimento in linguaggio usando sensibilità e idee interessanti, ma con limiti evidenti.

 

 

I fumetti e le serie animate hanno da tempo oltrepassato un limite che, fino a qualche anno fa, sembrava invalicabile: raccontare altre forme d’arte attraverso un linguaggio che, per sua natura, non le appartiene. Pittura, scultura e musica sono diventate materia narrativa, trasformate in immagini, vignette e sequenze animate capaci di evocare emozioni complesse. Opere come Beck: Mongolian Chop Squad, Blu Period, Il Prisma Dell’Amore o Shiori Experience hanno dimostrato che è possibile parlare di arte e passione senza semplificarle, restituendo allo spettatore un sentimento autentico, spesso viscerale. Wandance tenta di inserirsi in questo solco, scegliendo il ballo come mezzo espressivo principale e affidandosi a due protagonisti opposti che, per motivi diversi, comunicano meglio danzando che parlando.

La serie segue Kaboku Kotani, studente del primo anno delle scuole superiori giapponesi, introverso e silenzioso, alle prese con una forte balbuzie; la difficoltà nell’esprimersi verbalmente lo porta spesso all’isolamento, rendendo complessa qualsiasi forma di relazione spontanea. L’incontro con Hikari Wanda, ragazza carismatica, istintiva e profondamente legata alla danza, finisce però per alterare questo equilibrio fragile: coinvolto nel club di ballo della scuola, Kaboku scopre nella danza un linguaggio alternativo, capace di dare forma a emozioni che le parole non riescono a sostenere.

 

 

L’omonimo manga, firmato dall’autore che utilizza lo pseudonimo Coffee, è costruito interamente attorno alla danza come stile comunicativo e forma di espressione personale. L’adattamento animato, realizzato con Madhouse (La Ragazza Che Saltava Nel Tempo, Monster, Hajime No Ippo, Overlord, Ninja Scroll e Wicked City, Frieren – Oltre La Fine Del Viaggio) e Cyclone Graphics come studi principali, prova a dare corpo a queste emozioni complesse attraverso scelte visive differenziate e soluzioni tecniche pensate per valorizzare il movimento. Wandance dà così priorità alle sensazioni trasmesse dal ballo e al percorso di crescita dei due protagonisti; ne deriva una storia semplice e lineare che, a tratti, perde però ritmo e intensità.

Molti episodi hanno nella danza il proprio fulcro centrale; alcuni sono quasi interamente costruiti su musica e movimento, lasciando parlare il corpo più della sceneggiatura. Altri, invece, sembrano smarrirsi nel tentativo di dare una direzione più marcata alla narrazione, introducendo passaggi o conflitti che appaiono inutilmente complessi o deliberatamente superflui, con un apporto limitato allo sviluppo complessivo.

L’opposta caratterizzazione dei protagonisti rappresenta uno degli elementi meglio riusciti dell’opera. Kaboku Kotani emerge come vero perno narrativo; alto, atletico, introverso, incapace di esprimersi con facilità, trova nella danza una possibilità concreta di miglioramento personale. Hikari Wanda ne incarna l’estremo opposto; impulsiva, intuitiva, capace di cogliere ciò che l’altro non riesce a dire e di completarne le frasi senza malizia e con il profondo desiderio di comunicare con il padre sordo attraverso la danza. La loro relazione si fonda su un equilibrio fragile ma efficace, in cui i movimenti sostituiscono le parole e la musica diventa veicolo di comunicazione emotiva.

 

 

Proprio qui affiora uno dei limiti più evidenti della serie: comprendere fino in fondo le sensazioni trasmesse attraverso il ballo non è immediato, soprattutto per chi non ha familiarità con questo linguaggio espressivo. Molti passaggi restano volutamente impliciti; una scelta che lascia spazio all’interpretazione, ma che rischia anche di creare distanza e incomprensione. L’intenzione è nobile, purtroppo però l’esecuzione non sempre riesce a raggiungere pienamente il pubblico.

Dal punto di vista tecnico, l’animazione concentra i maggiori sforzi sulla resa dei movimenti durante le sequenze di danza. L’uso della grafica computerizzata tridimensionale riesce spesso a restituire fluidità e dinamismo; l’animazione dei capelli, in particolare quelli lunghi dei personaggi femminili, risulta però fortemente problematica. Le acconciature appaiono rigide e innaturali, a metà tra un foglio di plastica e un “Mocio Vileda”, distraendo e compromettendo l’immedesimazione durante le esibizioni. Al contrario, le scene più statiche adottano uno stile più conservativo, privo di soluzioni complesse ma visivamente più coerente e gradevole.

Wandance resta quindi un esperimento riuscito solo a metà. La passione per la danza è percepibile e sincera; per raggiungere un pubblico più ampio sarebbe forse servita una chiave narrativa capace di rendere più accessibili le emozioni che si desidera trasmettere. Il manga è ancora in corso di pubblicazione, un elemento che mantiene aperto il futuro dell’adattamento animato. Wandance è dunque un progetto in divenire; un’opera imperfetta, ma interessante, che tenta di far parlare il corpo quando le parole non bastano.

 

Wandance, 2025
Voto: 6
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