3 Marzo 1945: la liberazione di Manila

9 Gennaio 1945: truppe americane sbarcano nel Golfo di Lingayen dando inizio alla liberazione delle Filippine. La presa di Manila durerà settimane, lasciando dietro una scia di morte e distruzione.

 

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Nonostante l’evidentissima superiorità in termini di mezzi e risorse messe in campo dal gigante statunitense e la perdita di alcuni territori chiave, all’inizio del 1945 l’Impero giapponese mantiene ancora il controllo di grandi settori del Sud-Est asiatico. L’occupazione delle tante isole del Pacifico, così come il conflitto con la vicina e immensa Cina, disperde forze e indebolisce l’anello difensivo che si sta sempre più stringendo intorno alla madre patria. Avanti non si può più andare, le materie prime e in particolare la mancanza di carburante non permettono che una resistenza ad oltranza, fatta di pochi mezzi ma tanti soldati disposti al sacrificio estremo.

Punto nevralgico della macchina bellica nipponica è rappresentato dall’arcipelago filippino, strappato agli americani nella primavera del 1942, che assicura la continuità e la funzionalità delle rotte di rifornimento per mare. Data la fondamentale importanza dei porti filippini, gli alti comandi giapponesi preparano accuratamente la difesa dell’arcipelago stesso, a partire dalla primavera del 1944.

 

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Dall’altra parte, i vertici militari Alleati, intuendo l’importanza di recuperarne il possesso il prima possibile, radunano la più grande flotta mai vista prima nel teatro del Pacifico, la Task Force 38 ai comandi del viceammiraglio Halsey; la flotta si scontra nell’ottobre 1944 con le rimanenti forze riunite della marina imperiale giapponese, e ne esce vincitrice, annullando almeno teoricamente le capacità militari nipponiche per mare. Il primo verso sbarco terrestre invece, avviene sempre nell’ottobre dello stesso anno, con più di 100.000 soldati che si riversano sull’isola di Leyte che servirà da base per le successive operazioni.

 

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Il 3 Febbraio, dopo quasi quattro mesi dal primo sbarco, ha inizio ufficialmente la battaglia per la capitale Manila, pesantemente fortificata dai giapponesi che rifiutavano categoricamente di cederla senza resistenza. Dopo le prime scaramucce, il 5 febbraio truppe americane iniziano a entrare nei quartieri più periferici della città, la quale, in un primo momento, viene risparmiata sia dai bombardamenti aerei che dalle batterie di artiglieria. L’eccessivo ottimismo porta il Gen. MacArthur a dichiararne la presa già il giorno dopo; è invece solo l’inizio di una battaglia urbana che durerà un mese e che cambierà per sempre il volto di una città che ancora manteneva numerose testimonianze architettoniche del passato coloniale spagnolo, e che veniva spesso identificata come “Perla d’Oriente”.

L’accanita resistenza delle forze nemiche, neppure troppo numerose, ma ben trincerate negli edifici, forza i comandi ad annullare il veto riguardante i bombardamenti urbani, che finiscono per raderla completamente al suolo. Dall’altra parte, le non molto disciplinate forze giapponesi, sicuramente demoralizzate e frustrate per la situazione, iniziano una terribile repressione dei civili rimasti: sono molti e noti i casi di mutilazioni, stupri, eccidi, che continuano fino al giorno della resa.

 

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Il 23 Febbraio, dopo un lungo fuoco di sbarramento delle artiglierie americane, i soldati entrano nel quartiere più interno della città, che conquistano dopo tre lunghi giorni. Il 26 febbraio, appresa la caduta di quest’ultima parte di Manila, gli alti ufficiali giapponesi commettono il “seppuku”, abbandonando ogni altra speranza di resistenza. Per un’altra settimana, tuttavia, piccole sacche di resistenza rimangono attive e devono essere neutralizzate.
Il 3 Marzo, ufficialmente la città può essere considerata liberata e sicura.

Il bilancio però è pesante: più di 1.000 soldati americani sono stati uccisi, e più di 5.000 risultano tra i feriti e i dispersi. L’esercito imperiale giapponese perde la quasi totalità dei difensori, contando più di 16.000 morti. Ma il dato che più rende questa battaglia qualcosa da ricordare e commemorare, sono le circa 100.000 vittime tra i civili, in meno di un mese di combattimenti, uccisi sia dalle bombe degli Alleati, sia dalla crudeltà delle baionette giapponesi. La città si riprende, ma è solo un fantasma di ciò che era: dei maestosi edifici che un tempo destavano meraviglia e stupore nei viaggiatori non rimangono che rovine, tristi tombe per troppe vittime.

 

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Si combatterà ancora per tanti mesi, prima che tutto finisca.

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