Not For Broadcast: la recensione

Il titolo di NotGames è un interessante esperimento che unisce narrativa, casual gaming e critica politica riuscendo nell’impresa di non parteggiare smaccatamente per qualcuno.

 

 

Sempre più spesso il mercato dell’intrattenimento propone giochi che fungono da cavalli di Troia per confezionare messaggi politico-sociali non sempre condivisibili, ma che infiocchettati alla perfezione riescono ad avere una forte presa sulle nuove generazioni. È per questo che non neghiamo di esserci avvicinati a Not For Broadcast con una sana dose di distacco: il rischio di imbatterci in un altro titolo di pura propaganda come The Gallery era molto alto.
Invece Not For Broadcast riesce a rimanere piuttosto neutrale: pur essendo chiare le idee degli sviluppatori, il gioco bastona da tutte le parti, talvolta mescolando le peculiarità dei due estremismi politici che oggi pervadono l’occidente (e soprattutto gli USA).

 

 

Il gameplay di Not For Broadcast vede fondamentalmente due sezioni: una dove effettivamente sediamo sulla sedia del regista televisivo e dove dobbiamo gestire inquadrature, stacchi e interferenze; l’altra è invece pura narrativa testuale, con qualche opzione di scelta qua e là. Questo secondo elemento serve a fornire informazioni di contorno e a sviluppare la storia personale del protagonista che impersoniamo, ma il vero cuore del gioco è la produzione dello show televisivo che dobbiamo seguire.

Con una impostazione di visuali e comandi che può facilmente ricordare la serie di videogiochi Five Nights At Freddy’s, Not For Broadcast ci mette davanti a monitor, cursori e pulsantiere che chiunque abbia lavorato in ambito di missaggio audio-video può facilmente riconoscere; con questi controlli a nostra disposizione, dovremo cambiare costantemente la telecamera in diretta, lanciare le pubblicità, mandare in onda gli stacchi sonori, tenere a bada le fastidiosissime interferenze che disturbano il nostro segnale e soprattutto censurare parolacce o frasi sgradite ai potenti di turno. Troppi errori significano allontanare il pubblico, ed il rischio di essere licenziati per essere imprecisi è alto (specialmente ai livelli di difficoltà più impegnativi).
A questi elementi, costanti nel corso del gioco, se ne aggiungono altri che variano di episodio in episodio, e che possono variare anche significativamente la nostra routine: dover stare attenti al surriscaldamento di alcuni circuiti o tenere a bada un nugolo di orsetti di pezza assassini è qualcosa che richiede la nostra attenzione e che ci porterà a sbagliare durante la diretta.

 

 

Il sistema impiegato in cabina di regia è sicuramente coinvolgente e da solo sostiene il peso di Not For Broadcast: è in queste fasi che si sviluppa la storia del gioco, ed è qui che si forma il giudizio positivo sul titolo di NotGames.
Portandoci sul finire degli anni ’80 in un’Inghilterra ucronica (e mai chiaramente definita), Not For Broadcast mette in campo due fazioni politiche contrapposte che vengono dipinte con chiari toni negativi. Come detto in precedenza, gli sviluppatori di NotGames hanno intelligentemente mischiato le carte, andando a rimescolare i tratti caratteristici degli estremismi odierni in due campi politici non chiaramente e perfettamente identificabili. Nonostante si capisca che gli sviluppatori strizzino un occhio alle rivendicazioni del mondo woke e omosessuale, con le conseguenze del caso (leggere costantemente un “they” nella sezione di storia interattiva rende difficile la comprensione del soggetto a cui ci si riferisce), l’equilibrio è tutto sommato accettabile ed il tentativo (non del tutto riuscito) di non parteggiare per nessuno è apprezzabile.

Per quanto riguarda le sezioni di pura storia interattiva, si fa fatica a capirne il senso. Si tratta di episodi familiari, completamente o quasi scollegati dalla dinamica principale di Not For Broadcast. Non si riesce a sviluppare empatia né ad appassionarsi agli eventi raccontati brevissimamente in questi frangenti, ed oggettivamente sembrano un elemento appiccicato per allungare il brodo piuttosto che essere una parte integrante del gioco, anche se, in base alle poche scelte a nostra disposizione, andremo a variare il finale del gioco.

 

 

Un ruolo fondamentale in Not For Broadcast la ricopre la massa di attori che hanno prestato viso e voce alle numerosissime scene filmate con le quali saremo chiamati a confrontarci. Non ci sono grandi star dello schermo, fortunatemente: la relativa oscurità di questi attori consente al giocatore di calarsi meglio all’interno di una trama oggettivamente ben scritta ma non perfetta.
Degne di merito sono le interpretazioni di un ottimo Paul Baverstock, di una convincente Andrea Valls e di un discreto Roger Alborough, quest’ultimo costretto in un personaggio difficilmente realistico.
Molto meno azzeccate le performance di Claire Racklyeft, Jonathan Hawkins, Dan Ellis e della maggior parte del cast di contorno: estremamente teatrali, eccessivi e innaturali, le loro interpretazioni non fanno bene ad un gioco che comunque spesso confeziona situazioni pubbliche tutt’altro che credibili.

 

 

Lo scenario principale di Not For Broadcast ha quattordici finali a disposisione, anche se difficilmente finito il gioco la prima volta (8-9 ore) torneremo nuovamente a ripercorrere la stessa storia solo per vedere diramazioni differenti. Sono tre i DLC usciti finora per il titolo di NotGames, ma il loro prezzo non è certo abbordabilissimo.

Con maggiore attenzione al realismo nello sviluppo della storia ed evitando di utilizzare uno stile troppo burlesco o volutamente non professionale nella recitazione, Not For Broadcast sarebbe stato probabilmente un vero colpo nello stomaco. Putroppo però non è così, ed il titolo di NotGames, pur facendosi apprezzare per le sequenze in cabina di regia e l’innegabile originalità di fondo, si limita ad essere un discreto passatempo ed un titolo da visionare per la sua unicità.

 

Not For Broadcast, 2022
Voto: 6.5
Per condividere questo articolo: