Nel cinema le storie vere, quando ben raccontate, sanno essere più forti di quelle inventate: lo dimostra questo pugno nello stomaco.

Il lungometraggio di Vincenzo Alfieri è stato presentato in concorso alla 20ª Festa del Cinema di Roma, in cui ha vinto il premio speciale della Giuria al migliore cast attoriale. Un riconoscimento meritato, considerato il coraggio del regista nel voler raccontare una delle storie più buie della cronaca moderna: il pestaggio a morte di Willy Monteiro Duarte. Un tema delicato, sofferente, che implica anche diversi risvolti politici che in questa recensione non saranno toccati.
Artisticamente parlando, la genialata di questo lavoro è il pensarlo “d’autore”, e quindi con una fotografia molto curata e un modello narrativo innovativo: l’idea è di raccontare solo le ultime 24 ore prima del fattaccio, ma ogni volta da un punto di vista di un diverso soggetto coinvolto nella rissa finale. C’è la storia dei brutali fratelli Bianchi, quella dello sfigatissimo e viscido Maurizio, di Michelle con la sua voglia di fuggire dalla provincia e, ovviamente, c’è anche la storia di Willy. Lo spettatore conosce il finale, eppure, con questo espediente, finisce per seguire con grande attenzione la trama per capire come si arriva ad un epilogo così tragico e definitivo.

40 Secondi è il titolo ma anche il centro del messaggio dell’opera. Questo, infatti, è stato il lasso di tempo che hanno impiegato i due picchiatori per scendere dall’auto, devastare di botte Willy e sgommare via dal luogo del delitto. A prescindere dalle dinamiche rilevate dalla giustizia, viene da chiedersi se davvero la vita di un ragazzo valga meno di un minuto di tempo; e, un po’ come con la serie culto Adolescence, viene anche da chiedersi come un genitore possa davvero proteggere i propri figli. Alfieri, infatti, spiega come la morte di Willy sia arrivata praticamente dal nulla: un complimento fuori luogo urlato da un ragazzo ubriaco e strafatto di tutto ha innescato un effetto domino inarrestabile dal conto finale assolutamente folle.
Da sottolineare la prova in sottrazione di Sergio Rubini, che sceglie poche essenziali pennellate per restituire il suo cameo di genitore colto ma poco attento alle faccende della figlia. A volte, questo vuole dirci il regista, dietro alla nascita di mostri (e i fratelli Bianchi mostri lo sono), c’è anche molta, troppa indifferenza di chi potrebbe intervenire ma preferisce raccontarsi che i ragazzi stanno sempre bene. E c’è anche un lavoro logorante di chi avvelena la situazione come il personaggio del sempre ottimo Enrico Borello, già apprezzato ne La Città Proibita di Gabriele Mainetti.

In tutta questa cruda realtà, il titolo, da poco disponibile anche su Netflix, si concede un piccolo valzer nella finzione per addolcire l’aspra verità. Nella storia di Willy, si aggiunge infatti un racconto legato alla sua esperienza lavorativa da aspirante chef. Molto poetica, molto emozionale… ma forse poco coerente col resto del girato. Si tratta dell’unico neo di un film da vedere da adulti e da far vedere ai ragazzi, per creare un dibattito importante su quel che è giusto fare nel divertimento ed entro quali confini fermarsi.
Vi ricordate la versione cinematografica de Il Ragazzo Dai Pantaloni Rosa col protagonista di Riv4li? Ecco, il lodevole intento è lo stesso ma questa volta sul set s’è presentato un regista e il tocco si vede e si sente. Scusate se è poco!









