Gli evaporati del Giappone

Ogni anno, migliaia di cittadini giapponesi lasciano le loro case e le loro famiglie, letteralmente svanendo e cambiando identità e vita per sempre.

 

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Sappiamo tutti quanto il Giappone sia un paese strano e affascinante, specie se guardato con occhio occidentale ed eurocentrico; un paese tecnologicamente modernissimo ma culturalmente ben radicato nel passato, che finisce per lasciare a bocca aperta coloro che lo visitano. Ma non è tutto oro ciò che luccica: il progresso tecnologico, mescolato al particolare codice morale del cittadino giapponese, spesso si trasforma in una totale dedizione al lavoro e alle questioni produttive; una frenesia lavorativa che negli anni abbiamo visto degenerare in tristi notizie che filtrano attraverso i canali di informazione e sempre più spesso, attraverso i social.

Lo stress fa parte della vita quotidiana del paese, e tanti, forse per un senso dell’onore, che a noi appare fin troppo strano, o forse come finale evasione e atto di libertà, decidono di ricorrere al gesto più estremo: il suicidio. Le statistiche parlano chiaro e fanno orrore.

Dagli anni ’70 tuttavia, un fenomeno si è fatto spazio nella società giapponese che lentamente ha aperto una valida alternativa alla morte fisica: l’evaporazione. Sempre più persone, vuoi per debiti, per un licenziamento considerato troppo vergognoso, oppure per l’incapacità di resistere alle pressioni estreme della società che li circonda, scelgono di darsi letteralmente alla macchia; e senza dover scappare dall’altra parte del mondo. In Giappone è possibile scomparire, cambiando solamente città, e anzi spesso semplicemente cambiando quartiere nell’affollatissima Tokyo o nelle altre grandi metropoli. Come è possibile? Come mai queste persone non vengono subito rintracciate e riportate indietro alle loro famiglie?

Il fenomeno che in Giappone prende il nome di “Johatsu”, ha riscosso così tanto successo perché l’idea di privacy che vige nel paese nipponico è quasi totale. La polizia, così come i membri della stessa famiglia non hanno diritto all’accesso dei dati personali a meno che non si tratti di casi di natura penale e ciò rende praticamente impossibile tracciare qualcuno che vuole “evaporarsi”. Si tratta dunque sì di una scomparsa fisica, ma anche e soprattutto amministrativa. E più questo fenomeno ha preso piede, più la società ha iniziato, seppur non accettandolo in pieno, almeno a tollerare questo suo lato oscuro e parallelo. Il processo di evaporazione si è mano a mano semplificato nel corso degli anni e siccome anche in questo caso vale sempre la legge della domanda e dell’offerta, alcuni hanno trovato redditizio far scomparire persone. Si autodefiniscono “traslocatori notturni” che una volta pagati, prelevano le persone a casa insieme agli eventuali beni che si decide di portare con sé, dando inizio al processo. Ma prelevarli per portarli dove?

 

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Alcune volte i “Johatsu” scelgono di cambiare direttamente città, o di passare dalle città alla campagna. Ma il più delle volte cercano e trovano rifugio nei quartieri fantasma sparsi per le grandi città. Quartieri che spesso non vengono più nemmeno rappresentati sulle nuove carte urbane: un esempio è il quartiere Sanya a Tokyo, che c’è ma non esiste ufficialmente. Un sistema chiuso, una salvezza per molti. Si entra per non uscirne più, in quanto si tratta di realtà completamente parallele al Giappone conosciuto e visibile, e seppur quasi sempre controllati dalle temibili mafie locali, qui si ha l’opportunità di guadagnarsi il pane svolgendo piccoli lavoretti. Ad oggi, nonostante non esistano dati ufficiali dai quali estrapolare informazioni certe, si è più o meno certi che decine di migliaia di persone all’anno scelgono questa alternativa, lasciando indietro tutta la vita precedente, inclusi i propri cari. Scelte drammatiche, spesso non comprensibili per noi, ma sicuramente attentamente ponderate da chi poi intraprende un percorso di evaporazione.

Insieme al fenomeno degli “Hikikomori”, che è una reclusione casalinga volontaria, molto presente tra le nuove generazioni di giapponesi, il “Johatsu” rimane una peculiarità del paese del Sol Levante, così vicino a noi nell’era digitalizzata e degli spostamenti facili e veloci, eppure molto, forse troppo, lontana per capirne completamente tutte le dinamiche e le sfacettature.